'Mi sa che fuori è primavera' di Concita De Gregorio


Non avrei potuto rimanere indifferente a questo titolo, dato che da anni seguo assiduamente Chi l'ha visto
Il programma, naturalmente, ha poco di romanzato. I parenti delle persone scomparse sono visibilmente sofferenti, dilaniati, disperati; ma tali emozioni convivono con lo stampo giornalistico-d'inchiesta della trasmissione solo in quanto difficilmente dissimulabili durante le ricostruzioni dei fatti, nelle testimonianze, negli appelli.

Tutta l'emozione associata alla perdita di due figlie che sia intelleggibile, comprensibile, contenibile, sopportabile, afferrabile, immaginabile, ti assale, al contrario, fin dall'apertura del libro. Due figlie, due gemelle di sei anni, di cui non si ha più alcuna notizia. 
Irina è una em shakula, una thakla, una vilomah, una charokammenos, ovvero una madre che perde un figlio, come è possibile indicare, rispettivamente in ebraico, in arabo, in sanscrito ed in greco moderno. Non esiste una parola corrispondente nelle diverse lingue europee conosciute da questa donna poliglotta, un sostantivo da attribuire alla propria condizione, per definirla, arginarla, etichettarla. 
Ma Irina non è una donna che si è chiusa nel suo sconfinato dolore: «il dolore da solo non uccide», dice. Proprio questa voglia di combattere, le consapevolezze, il suo essere donna tutta d'un pezzo ma che al contempo sa lasciare sfogo alle emozioni ed ai sentimenti la rendono una persona che sta ancora al mondo. Una mamma - sì, perché resti mamma anche se le tue figlie non ci sono più - che pian piano ha ricominciato ad affacciarsi alla finestra della vita. 
La forza di provare a rialzarsi è spesso fonte di colpa: come si può ricominciare quando non conosci le sorti dei due corpi usciti dal tuo corpo? La gente è sempre pronta ad additare. Ma perché è più facile compatire (spesso anche ipocritamente) chi non ce la fa, piuttosto che chi reagisce? E perché questa mamma ha dovuto subire severi sguardi di accusa per la follia che si è concretizzata? Ecco: Irina deve spiegarsi perché la tata che ha cresciuto Alessia e Livia sia completamente uscita di scena; perché la maestra sia rimasta in silenzio; perché la psicologa che seguiva il suo ex marito le abbia attaccato il telefono senza possibilità alcuna di interazione. A queste figure sono rivolte le parole della donna, ma non solo. Irina scrive anche agli affetti più cari: la nonna, Luis, il fratello. Dolce e disperata è la scena del papà che, strattonandola e fissandola negli occhi, le proibisce di morire.

L'inqualificabile dolore si alterna ad una profonda rabbia, per le clamorose falle nelle indagini da parte della polizia svizzera: Irina non è una sprovveduta, è una donna che ha girato tutto il mondo, è colta, è intelligente, è sveglia e non manca di certo di sottolineare le negligenze, di fornire suggerimenti, indizi, dettagli, di apporre la giusta enfasi al caso, troppo a lungo sottovalutato. Con mia estrema meraviglia, emerge, inoltre, tra le righe, una Svizzera maschilista, che poco ascolta una donna, sola e per di più italiana.

Intensi sono, infine, i brevi Io di te, in cui Concita De Gregorio vede, sente, entra in questa donna dai denti piccoli e la testa inclinata di lato, che sorride (immagino, nostalgicamente e amaramente) mentre versa un bicchiere di vino, tentando di mettere ordine dentro di sé.

E' un libro di speranza, questo. Perché, alla fine, todo cuadra.


Il segno che mi hai lasciato...
Dimenticare è impossibile, ma vivere si deve, perchè la natura ha deciso così: il dolore da solo non uccide. L'assenza di un amore si ripara con altro amore.

In una parola: Speranza.


Libro vuol dire Libero

'Il buio oltre la siepe' di Harper Lee




Ho sentito parlare molto di questo romanzo. 
Quando Harper Lee è venuta a mancare mi sono imbattuta in un breve servizio al telegiornale, di cui ricordo soltanto il fotogramma di un affascinante Gregory Peck sotto il tipico porticato di una casa statunitense. Il volume era già nella lista di titoli in cui a breve mi sarei immersa. 

Ma che grande sopresa che è stato questo meraviglioso romanzo. Sapevo che trattasse di discriminazione e così credevo, erroneamente, che avrei letto una storia pesante, difficile da seguire. Mi sbagliavo completamente. Sono gli occhi di bambina a raccontare il tutto; gli occhi di una bambina impertinente, sveglia ed intelligente, Scout, che fa coppia fissa con il fratello, Jem. 
E' stato proprio il modo innocente e semplice di raccontare fatti così dolorosi a farmi innamorare. 
E' un racconto da cui si può facilmente trarre spunto per approfondire delle vicende: le conseguenze della guerra di secessione, la difficoltà di rinunciare alla schiavitù quale istituzione incontrovertibile, una società fatta come una scala, in cui ciascun gradino si sente superiore a quello immediatamente precedente e a tutti quelli che sovrasta. 
Senza ombra di dubbio, anche a distanza di cinquant'anni dalla pubblicazione del romanzo, risultano di grande attualità il pregiudizio di cui l'essere umano è spesso schiavo, la paura della diversità, l'arroganza e la fame di potere che caratterizzano certi individui. Ma è permeata di tanta dolcezza la mancanza di comprensione di certe dinamiche del mondo adulto, di alcune categorie preconcette che una bambina di otto anni non sempre riesce ad applicare. 
Altrettanto tenero è il modo in cui, pur non riuscendo sempre a darsi spiegazioni convincenti a livello cognitivo, Scout riesce a percepire pienamente il disprezzo di alcune parole e la mancanza di rispetto sottesa ad esse. Esemplificativo è, a tal proposito, l'utilizzo del termine negrofilo che un compagno di scuola di Scout attribuisce al padre di quest'ultima, Atticus. Scout, infatti, dice: Cercai di spiegare ad Atticus che non era stato tanto quel che aveva detto Francis a farmi infuriare, quanto il modo in cui l'aveva detto. Estremamente saggia è la risposta del padre che bonariamente sentenzia, cercando di calmarla: Bimba mia, non è mai una vergogna sentirsi buttare addosso una parolaccia. Dimostra soltanto quanto sia meschina la persona che te la dice: a te non può fare alcun male.  
Un prototipo di bontà, di saggezza, di imparzialità, di integrità morale, Atticus; sono ben visibili gli sforzi di quest'uomo di tirare su nel migliore dei modi i due figli, che crescono in assenza della figura materna. Chissà che non ci sia un pizzico di idealizzazione nelle descrizioni di quest'uomo fatte dagli occhi di bimba.

Tutte le vicende raccontate sembrano quasi fare da sfondo alla realtà a misura di bambino vissuta dai due fratellini, fatta pur sempre di scuola, piedi nudi nel terreno, curiosità e scenette teatrali improvvisate per combattere la noia, sfida all'autorità e punizioni sensate. 
Per quanto mi riguarda, tra le righe del romanzo ho colto anche la complessità di un mondo complementare a quello infantile, ovvero quello genitoriale: un compito arduo che tuttavia, a mio parere, viene eccellentemente svolto da Atticus, il quale in maniera coraggiosa e non senza sforzi protegge il delicato fiore che è l'infanzia e contemporaneamente lo lascia pian piano affacciare ad una realtà non sempre idilliaca, educando i bambini al rispetto, alla riflessione, al pensiero indipendente.

Un romanzo davvero degno del successo avuto in tutti questi anni e che continua a toccare nel profondo il lettore di tutte le età e di generazioni ed epoche diverse.


Il segno che mi hai lasciato...
Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. E' raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede.

In una parola: Dolce

La folla





Una folla da delirio. Volti anonimi mi trascinano in una direzione a senso unico come un fiume in piena. 
Non mi sembra che io stia usando i miei piedi per muovermi; ho la sensazione di scivolare su pattini a rotelle che non controllo. Mi guardo intorno e penso che tutto sommato non è male questo stato. I volti anonimi hanno espressioni piuttosto allegre. Sono vestiti di colori sgargianti ed hanno occhi brillanti. Magari l'ondata di gente mi porterà in un bel posto. 
Tuttavia non riesco a lasciarmi andare perché mi sento soffocare. L'aria non circola nel fitto reticolo umano. Riprendo il controllo dei miei piedi e della mia testa e, cercando di divincolarmi, tra gli spintoni, trovo riparo in un angolino, dove posso respirare aria, decisa a rilanciarmi nell'ondata non appena i miei polmoni e la mia pelle saranno sazi di ossigeno. 
Continuo a guardarmi intorno incuriosita. È sera ma è caldo; mi sento come se fossi chiusa in un'enorme campana di vetro. Alzo gli occhi al cielo in cerca di una stella, e ne vedo tre. Penso che sia un buon segnale.
Sento la sabbia fresca sotto le piante dei piedi bollenti. Abbasso la testa e mi accorgo di essere scalza. Incredula, mi guardo intorno. Nella folla scorgo una testa di capelli scuri. Vedo solo lui e il resto della massa diventa una distesa di corpi eretti tutti uguali. Potrei riconoscerlo tra milioni di corpi, il suo. È alto e slanciato. Ha un odore che scalda il mio olfatto e lascia nell'aria una scia immaginaria di molecole rarefatte, che non posso non seguire. Si muove in un modo magnetico che solletica la mia pelle con sensazioni inattese, fresche, pungenti, intense. 
Lui si volta al mio implicito richiamo e mi guarda con i suoi occhi brillanti. Ma lo sguardo non è quello di sempre: profondo, ammaliante, cupo e sicuro, misterioso, compiacente e compiaciuto, complice. Il suo braccio non mi afferra per la vita e mi avvicina con decisione a sé. Le sue labbra non sono calde. I suoi denti non mi mordicchiano. Le sue dita non mi accarezzano, come a suonare il mio corpo che è un pianoforte.
Mi volta le spalle e continua per la sua direzione, perdendosi nella folla e cancellando volutamente ogni traccia di sé. 

Non sento più il suo odore. Mi sento smarrita, ora. Ma non mi viene da chiedermi il perché. Non ne ho il tempo, ora, perché d'istinto apro gli occhi. 

Mi volto e lui dorme, ignaro, proprio accanto a me.
Era solo un sogno. 

'Bianca come il latte, rossa come il sangue' di Alessandro D'Avenia


Un'amica, incuriosita dall'ultimo libro di D'Avenia, me ne parla entusiasta, consigliandomelo. Una volta in libreria, scopro che il volume non è tra i più economici. Così, decido di optare, completamente alla cieca, per il primo grandissimo, indiscusso successo di D'Avenia: Bianca come il latte, rossa come il sangue, rimandando l'acquisto della novità ad un secondo momento, anche per conoscere lo stile dello scrittore e testarne la compatibilità con il mio gusto personale.

Apro il libro e mi accorgo che il protagonista, nonché voce narrante, è un adolescente. Oh, no: non è una fascia d'età che mi attrae in modo entusiasmante.
Al contrario, mi irrita la sfrontatezza che caratterizza le abituali interazioni degli adolescenti, allo scopo di apparire brillanti agli occhi degli altri; l'abilità di cogliere e sottolineare le vulnerabilità altrui per ingigantire il proprio ego; la sfida aperta con chiunque rappresenti un'autorità; la necessità di mettere alla prova i propri limiti - divorare il numero maggiore di cheeseburger, azionare i freni del motorino quanto più vicino possibile agli ostacoli da evitare. 
All'inizio del romanzo, due ulteriori aspetti mi colpiscono: la pagina che il protagonista dedica alla descrizione dei suoi capelli mi riporta alla mente una famosa canzone di Niccolò Fabi; e l'amore idealizzato, unitamente alla costellazione dei personaggi, mi ricordano Alice e Mattia di La solitudine dei numeri primi.

Continuo a leggere, persa nel flusso apparentemente sconnesso dei pensieri adolescenziali. Tornare tra i banchi di scuola, alle corse in motorino, alle cotte che si trasformano in ragione di vita non è poi così malvagio come temo. Lo trovo rilassante.
Mi piace il modo in cui Leo adatta la realtà al suo mondo interno, attribuendo nella sua mente, ad esempio, nomignoli alle persone - l'infermiera Simmenthal, il Sognatore, Erika-con-la-kappa. Provo molta tenerezza di fronte ai segnali d'aiuto ben camuffati che Leo invia continuamente: anche se è difficile ammetterlo, sente forte l'esigenza del supporto e del conforto dal mondo degli adulti. D'altra parte, il giovane si ritrova, brutalmente, in una situazione più complicata di quanto le sue facoltà possano comprendere e gestire: una situazione che implica l'alone della morte. La Morte, questa sconosciuta, quindi, non è poi così lontana; tuttavia, non è possibile né accettabile che essa esista in un'età in cui ci si sente invincibili, eroi trionfanti di qualsiasi sfida.
L'ondeggiare di Leo tra il desiderio della speranza (a braccetto con un'ottimismo che non accetta compromessi) e la disillusione più nera mi rende comprensiva: queste oscillazioni mi attanagliano tuttora! Ed alcuni elementi di ingenuità, come il non capire che l'amico di cui il professore gli parla è il professore stesso, mi fanno sorridere. 

Ma l'aspetto che mi piace di più è l'apertura al divenire delle possibilità: Leo non ha le idee molto chiare, per questo è alla ricerca di risposte e rincorre, tenace, un sogno. In questa sfegatata ricerca, coltiva tutte le sue potenzialità: "Potrei diventare uno scrittore? Non posso, però, neppure escludere del tutto di diventare un astrofisico". 
Cresce e matura con l'incedere dei capitoli, questo adolescente intelligente, e fa in modo che, arrivata all'ultima pagina, io abbia una visione dell'adolescenza così diversa da quella che avevo prima di imbattermi nel libro in questione: come i bambini, ma in maniera diversa - con le sfide che ci pongono, con un'energia senza paragoni, con le crisi esistenziali, i sogni e le speranze - i teenagers hanno tanto da insegnare agli adulti.

Un ultimo cenno va al bellissimo personaggio del professore che, con maestria e pazienza, riesce ad entrare in sintonia con il giovane protagonista. Mi ricorda qualcuno che conosco, a cui, senza ombra di dubbio, consiglierò la lettura del romanzo.


Il segno che mi hai lasciato...

«Mamma, come si fa ad amare quando non si ama più?»
La mamma continua a tenere lo sguardo al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la Nana Bianca Gigante Rossa detta Silvia.
«Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto».

In una parola: Adolescente

Sogni e libertà



Ecco la risposta. Incenerire i sogni. Bruciare i sogni è il segreto per abbattere definitivamente i propri nemici, perché non trovino più la forza di rialzarsi e ricominciare. Non sognino le cose belle delle loro città, delle vite altrui, non sognino i racconti di altri, così pieni di libertà e di amore. Non sognino più nulla. Se non permetti alle persone di sognare, le rendi schiave.

Alessandro D'Avenia, "Bianca come il latte, rossa come il sangue"

Rimedi di bellezza



Antonia ha in agenda un importante impegno lavorativo. E' impiegata nel customer service di una famosa compagnia che opera in ambito turistico. In azienda se ne parla da mesi e, ahimé, è proprio arrivato il fatidico giorno. 
Domani la sua faccia - sì, proprio quella che ogni giorno lo specchio le restituisce solcata da profonde occhiaie, piccole quanto odiose imperfezioni e capelli spenti come il suo sguardo alle sei del mattino - sarà proiettata nelle più affollate stazioni dei treni, alla mercé di viaggiatori curiosi in cerca di sfiziosi passatempo.


La prospettiva di mostrare la sua faccia a tante persone di certo non la entusiasma. Al contrario, è terrorizzata dall'eventualità di ritrovarsi vittima indifesa delle solite incontrollabili vampate di calore che la rendono simile allo stop di un semaforo: diventa inevitabilmente tutta rossa, dalla radice dei capelli sulla fronte al petto. E, diversamente da quanto accade di solito, questa volta non potrà di certo nascondere il viso e non potrà neppure dissimulare l'imbarazzo, assumendo un'aria indifferente.

Ad ogni modo, Antonia non ha proprio potuto tirarsi indietro. Così, ha passato interminabili serate post lavorative ad esercitarsi davanti allo specchio, sfoggiando il sorriso migliore, cercando di articolare bene le frasi ed imparando a controllare meglio di quanto abbia fatto finora le sue espressioni facciali. La platea? Il suo cane, che ha assistito paziente a tutte le ripetitive messe in scena, seduto comodamente sul tappeto, con occhietto vispo, lingua penzoloni e coda in agitazione - a volte è sfuggito qualche guaito in cerca di attenzioni che ha, però, avuto il solo risultato di irritare Antonia per essere stata interrotta e distratta dal gravoso compito.

Accettato malvolentieri l'impegno, Antonia ha deciso di affrontarlo con il massimo della diplomazia e stasera si prepara per affrontare l'appuntamento. 
E' appena uscita dal salone del parrucchiere per un'acconciatura casual ma che le conferisce un'indiscutibile aspetto professionale.
Una volta a casa, occorre un toccasana per scacciare i residui della sua  precedente vita da panda, ovvero le amiche occhiaie. Si rivolge, pertanto, alle classiche fettine di cetriolo, belle ghiacciate. 
Soddisfatta, si siede in poltrona e le applica sugli occhi. Dopo qualche secondo, squilla il telefono. Si alza in piedi, tenendo le fettine ferme con una mano - non può già metterle via! - e con l'altra mano tasta il vuoto per scansare gli ostacoli. Ma il piede del divano, quello no, non lo ha considerato. E slam! il mignolino del piede in fresche infradito vi urta violentemente. Che dolore! E cade una fettina di cetriolo. Deve raggiungere il telefono sul ripiano della cucina: potrebbe essere il boss con le ultimissime direttive. Zoppicando si affretta verso il bersaglio, ma Sciù sfreccia davanti ai suoi piedi, le taglia la strada e le blocca il piede d'appoggio. Resta come immobile in un fermo immagine, protesa in avanti,  per evitare di cadere dritta con la faccia contro lo spigolo del mobile, ma la forza di gravità è più forte. E tonf! la guancia sbatte contro la superficie dura. L'impatto smuove il piano cottura e l'acqua calda nel pentolino sul fuoco, quasi pronta per una tisana rilassante, splash! le si rovescia in testa, bagnando e spettinando i capelli poco prima sistemati ed arrossando vistosamente la fronte.
Il telefono, ora, tace. Antonia è muta e immobile sul pavimento.
Una fragorosa risata isterica rompe il silenzio tragicomico. 
Domani è un altro giorno.

Melting Pot






Varcando quella porta, le sembrò di entrare in un'altra dimensione.

La strada che conduceva alla casa era in penombra; emanava esalazioni di leggera umidità estiva e profumava di fiori notturni. Nell'aria si sentivano solo il ticchettio dei sandali e le espirazioni di fumo di sigaretta. Miriam percepiva che man mano che si avvicinava a quell'incontro le sue gambe diventavano più leggere, il cerchio alla testa si allentava, le palpebre non erano più così calanti e l'angoscia che era solita portarsi dietro ovunque andasse le aveva concesso un attimo di respiro a pieni polmoni.
Certo, si sentiva strana, perché l'evento era a dir poco insolito; non sapeva cosa aspettarsi e, anche se l’effetto sorpresa non le dispiaceva poi più di tanto, sentiva in circolo tutta l'adrenalina che il suo corpo fosse in grado di produrre.

Durante la lenta agonia, Marco aveva ripensato quotidianamente a tutte le persone capaci di lasciare un segno nella sua breve vita. Ne aveva scritto il nome, ciascuno su un foglietto ripiegato poi con cura, affiancato da una sola parola: un aggettivo che potesse racchiuderne l'essenza. I fogli sparsi erano gelosamente custoditi nel comodino accanto al letto, oltre che nella sua memoria di ricordi vividi.
Era stato Dario a trovarli, con grande sorpresa. «Marco non era affatto una mente scontata. Gli piaceva stupire. Conosceva persone di tutti i tipi e geograficamente sparse ovunque. Non so a quali volti corrispondano questi nomi, ma sono pezzi di vita che non possono restare chiusi in un cassetto», aveva spiegato a Miriam, qualche sera prima al telefono.
Miriam – Riflessiva;
Aurora – Libera;
Christian – Meravigliato;
Pericle – Sereno;
Lavinia – Dorata;
Dario  – Sorridente.
Erano aggettivi semplicissimi, ma nel complesso sembravano descrivere un ideale di vita a cui la maggior parte degli uomini aspira.

Fu per questo che, qualche tempo dopo, a Dario era balenata l'idea di cercare tutte le persone di cui Marco aveva scritto il nome e riunirle, per guardare che faccia avessero, scoprire che tipo di vita conducessero, ricercare nella loro presenza quegli aggettivi che Marco aveva ermeticamente attribuito ad ognuno e, perché no, ascoltare quale aggettivo, al contrario, ciascuno di loro avrebbe attribuito al ragazzo da poco andato via. Decise così di convocare tutti a casa di Marco, come se fosse stata una festa, nel modo in cui proprio lui era solito organizzare le feste, e soprattutto come se lui fosse ancora lì.
Quando Miriam giunse davanti al cancello, fu assalita da un’ondata di ansia.
Era una persona curiosa, Miriam; ma il pensiero di conoscere nuove persone la entusiasmava ed al contempo la rendeva nervosa, per la paura di non essere all'altezza delle situazioni, di apparire goffa, di non piacere, o di passare completamente inosservata. In realtà, ciò che maggiormente la terrorizzava era prevedere la reazione che avrebbe avuto nel toccare con mano il mondo di Marco. Dopotutto, non era mai stata a casa sua; i due avevano, infatti, un rapporto non proprio canonico. Erano amici da tempo ma non si vedevano spesso; potevano trascorrere mesi e mesi, prima che uno dei due avesse notizie dell'altra e viceversa. Eppure, ogni volta che si vedevano nulla sembrava cambiato dall’ultima volta che si erano incontrati. Dalle bravate adolescenziali ai profondissimi discorsi notturni con sottofondo di grilli canterini, ogni dettaglio rimaneva intrappolato nell'incalzare delle loro rievocazioni.

Miriam prese un respiro profondo e finalmente si decise a schiacciare il dito sul campanello. Le vennero incontro due persone: un ragazzo sicuro di sé, con il pizzetto che incorniciava labbra sottili espanse in un sorriso spontaneo, ed una ragazza che ispirava libertà, per il modo leggiadro in cui camminava nella penombra e dondolava le braccia al ritmo dei suoi passi. Erano Dario ed Aurora. Miriam si sentì immediatamente a proprio agio. Le luci erano soffuse ed aleggiava nell'aria una musica soft. Gli animi erano insolitamente distesi. L'atmosfera sembrava dar voce ad una gioia silenziosa. Prendeva vita gradualmente un gioco di sguardi che alimentava una impensabile complicità tra persone sconosciute, quali erano. Il clima regnante in quella casa portò Miriam a non sentire affatto l’esigenza di guardarsi intorno, oltre quel cerchio di volti nuovi; la ragazza era estremamente concentrata a godersi quello stato di insolita calma.

Oltre la porta del salone si apriva un giardino, piccolo ma molto accogliente, con un gazebo ed un grande tavolo di legno a cui si accostavano lunghe panche dall’aria consunta. Miriam  si sedette accanto ad una donna che sembrava emanare raggi dorati; era Lavinia. Sulla stessa panca, vestito di un’espressione ancora incredula, Christian si sporgeva, con i gomiti poggiati sul tavolo, verso un uomo dai capelli ricci seduto proprio di fronte: Pericle. L’espressione rilassata, gli occhi leggermente allungati dietro gli occhiali rotondi, Pericle sorseggiava un bicchiere di vino.

Accantonati rapidamente i convenevoli, i sei sconosciuti, chiacchierando, si ritrovarono ben presto ad intavolare discussioni coinvolgenti quanto impegnative. Si conobbero così, senza chiedere né fornire informazioni solitamente rilevanti per ignoti al primo incontro; si avvicinarono l’un l’altro in un salto verso la scoperta avida delle qualità profeticamente sintetizzate da Marco.
E mentre condividevano quel momento lontani dal mondo, lontani dal tempo, lontani dai rumori e dalle etichette, lontani dalle maschere, dalle ipocrisie, dai doveri e dalle chiacchiere, sentivano che Marco era proprio lì con loro.