Progettare: come e perché?

L’esperienza di una volontaria in servizio civile

Una volontaria in servizio civile racconta da spettatrice la stesura dei progetti per il servizio civile da presentare per un nuovo anno. Un nuovo anno da trascorrere con giovani dai 18 ai 28 anni all’insegna della solidarietà e della cooperazione.


Un alveare in piena attività per la produzione del miele. Questa è l’immagine che mi sovviene quando ripenso alla stesura dei progetti per il servizio civile da parte dell’Agenzia Agorà, accreditata alla 1a Classe dell’Albo Nazionale degli Enti di Servizio Civile – Codice: NZ04591, con sede operativa in Avellino e Campobasso, a cui ho assistito in prima persona come volontaria in servizio civile. L’osservazione di questo processo ha favorito in me la presa di coscienza di tutto il lavoro che esiste dietro l’elaborazione di ogni singolo progetto, che, se approvato, sfocia secondo un percorso naturale nella pubblicazione di un bando per la selezione di volontari in servizio civile da impiegare nelle attività progettuali previste. Ma cosa si cela dietro il bando, esito solo parziale di un processo ben più complesso, che può dirsi concluso non solo con l’espletamento delle attività previste, ma altresì con la constatazione del raggiungimento dei risultati attesi? Quanto lavoro, quanto impegno, quanta passione conducono all’esito desiderato?


Le fasi della progettazione, secondo il mio punto di vista, sono per certi versi assimilabili al lavoro meticoloso e sistematico delle api. Una squadra ben organizzata, in cui ciascuno ha un compito ma si lavora in sinergia, coordinandosi, attraverso uno scambio continuo e ciclico di informazioni, tutte caratteristiche necessarie alla corretta riuscita del prodotto finale. Si comincia con la raccolta del nettare. Ogni mente si adopera alla raccolta di informazioni sui territori su cui si intende operare, in modo da avere un quadro concreto della situazione, analizzando bisogni e domande e programmando interventi basati sulle reali necessità del territorio. Man mano che si raccolgono le informazioni, queste vengono elaborate, come le api cominciano la lavorazione del miele nella loro “borsa melaria”; così, le informazioni rielaborate ed arricchite vengono man mano inserite in un lavoro sistematico e coerente. Le api cercano i fiori da cui succhiare polline; in questo senso, conoscono lo spazio in cui si muovono, in modo da tornare all’alveare con un tesoro prezioso. Così, la conoscenza del territorio è fondamentale per la progettazione, non solo finalizzata all’analisi del contesto, ma anche per potersi muovere con cognizione, individuando gli enti che, coerentemente con il settore di intervento e con gli obiettivi del progetto, erogano dei servizi e con cui poter, eventualmente, lavorare in sinergia e con il sostegno reciproco, in uno scambio finalizzato ad uno scopo condiviso. Ciascuna ape, infine, quando torna all’alveare, depone il frutto della sua raccolta e della sua elaborazione nei favi, per la maturazione del miele. Così, ciascuna mente dell’Agenzia Agorà, ripone in ogni progetto un parte del proprio elaborato, del proprio impegno e del proprio arduo lavoro, “maturando” pian piano un progetto completo, curato, sentito.


Osservare tutto il processo della progettazione ha comportato la presa di coscienza di tutto il lavoro che esiste precedentemente alla pubblicazione del bando per il reclutamento dei volontari in servizio civile, il quale è solo esito parziale di una lunga ed oculata elaborazione, prodotto di una serie di menti appassionate che condividono la ferma intenzione di attivarsi nel concreto per realizzare azioni fruttuose da un duplice punto di vista.


Da un lato esiste il volontario in servizio civile, che è un giovane al quale è data l’opportunità di spendere un anno della propria vita in un’esperienza umana, formativa, lavorativa e di vita. In uno scenario nazionale poco favorevole per la realizzazione dei giovani, il Servizio Civile costituisce un’ottima base di partenza non solo, nella maggior parte dei casi, in quanto prima esperienza etichettabile come “lavorativa”, grazie al piccolo compenso che ciascun volontario percepisce, ma anche come opportunità di crescita a tutto tondo. Essere volontario in servizio civile, infatti, vuol dire aprire la propria mente ad un molteplice confronto: con i propri coetanei, con chi possiede più esperienza, e con diverse generazioni. Vuol dire capire cosa significa, nei fatti, il lavoro di gruppo, la coordinazione, la coesione, il saper stare in mezzo agli altri, l’assumersi un impegno, con costanza, dedizione e responsabilità. Contemporaneamente svolgere il servizio civile vuol dire formarsi, perché entrano in gioco la trasmissione, l’assimilazione e la diffusione di valori di inestimabile importanza, quali la solidarietà, la cooperazione e l’apertura verso il prossimo e, soprattutto, la consapevolezza del concetto di Patria, con tutto ciò che la formazione di una coscienza civica comporta.


Proprio a partire da questi valori, poi, si evidenzia, dall’altro lato, l’importanza di dare forma a progetti sempre nuovi, in virtù non solo dei risultati ottenuti nelle annualità precedenti, ma anche della consapevolezza dell’aiuto concreto che la realizzazione delle attività progettuali comporta, per i destinatari e per chi, indirettamente, ne beneficia.


Le “api” hanno duramente lavorato per presentare progetti attuabili e descritti nei minimi dettagli. In quei progetti sono palesemente percepibili le motivazioni, la passione, la dedizione, l’esperienza che lo staff dell’Agenzia Agorà ha infuso in ogni singola pagina, nella convinzione degli innumerevoli vantaggi che tali progetti veicolano in sé.


Enza Graziano


'La piccola dea della fertilità' di Paul Mesa




Aprendo le pagine si sente il profumo del caffè. 
Di quel caffè di cui Maria, madre della piccola Bica (sostantivo portoghese per designare un caffè ristretto), detiene gelosamente la ricetta originale, e che il cuoco del piccolo Schosshotel è ossessivamente e costantemente impegnato a scoprire, per tentativi ed errori.
Le vicende di Bica si snodano all'interno e nei dintorni del piccolo, caldo hotel di una città senza nome, tra stanze, personale, clienti e misteri.

C'è del non detto tra Maria e Bica e questo non detto influenza l'intero romanzo, dal passato al presente. La città è senza nome perché poco importa la collocazione spaziale dell'esosistema che circonda il microsistema dell'hotel, rifugio e punto di approdo della coppia dopo un continuo fuggire lungo l'Europa. 
Germania, Francia e Portogallo si mescolano nelle parole, nei pensieri e negli scenari, ma è sempre Lisbona a ricorrere nei ricordi delle due donne.
L'inizio del romanzo ha il sapore di un giallo: al mistero centrale, la cocoma, si intrecciano altre situazioni in sospeso, vicende irrisolte del passato o del presente, che incuriosiscono il lettore. 
D'altra parte, molto della storia è pressoché surreale, eppure così vivida e naturale nella sua mistica ma realistica assurdità. Vero e reale è invece il dolore che in certi passaggi si può toccare con mano, ma mai è tragico; piuttosto, appare sempre supportato da un'alea onirica ed una punta leggermente comica.

Anche l'articolazione dei capitoli è insolita, data dall'alternarsi delle vicende attuali con le pagine emotivamente cariche della storia di vita della protagonista, che lei stessa racconta.
Ciascun personaggio entra in scena con un biglietto da visita: nome, statura e bevanda preferita.


Perché Bica è un un metro e quarantanove di azioni e pensieri buffi, intrisi di una sensibilità unica e senza precedenti. Perché Bica è il nome di una bevanda, un concentrato di aroma intenso, deciso, avvolgente.

Il segno che mi hai lasciato...

La ripetizione logora l'amore, perché l'amore è una forza che onora le 'prime volte'. Eppure la vita comincia quando cominciano le ripetizioni: quando vedi il sole sorgere la seconda volta, quando vai a scuola per il terzo giorno di seguito. La vita inizia quando l'amore finisce, e l'una esclude l'altro come il giorno con la notte.

In una parola:

Sognante


'Il giardino degli oleandri' di Rosa Ventrella



E' il Meridione che pervade maestoso le vicende di una donna che non perderà mai gli occhi di bambina. 
Un Meridione di salsedine, sole, aromi, profumi, magie.

Scene immobili di altri tempi, eppure ancora così attuali in certi angoli remoti d'Italia, fanno da sfondo a pomeriggi assolati di donne dedite alla casa, loro spazio personale ed inattaccabile, e contemporaneamente attrici delle stradine di un paese dalle dimensioni e dalla dinamiche di una grande famiglia.
Popola il romanzo uno sfondo di figure caratteristiche.
Le comari si incontrano regolarmente, discorrendo su sedie di paglia intrecciata di un mondo femminile fatto di famiglia, pettegolezzi, segreti, farine ed elisir di benessere. 
I pescatori abitano corpi scalfiti dal sole, con rughe profonde e occhi piccoli che si difendono da raggi di luce e calore. Le viuzze strette sono abitate da banchi di frutta, urla di piccoli commercianti, occhi che scrutano per diffondere dicerie. 
Gli anziani oziano sull'uscio dall'alba al tramonto per osservare l'andirivieni di piedi scalzi e frettolosi e di lunghe vesti scure che si recano al pozzo in piazza per riempire brocche di acqua. Immortalano il tempo nascosti dietro carte da gioco e ampi bicchieri da cucina ricolmi di strutturato vino rosso.

Le differenze di genere segnano un'epoca in cui le donne lavorano ai ferri maglie per l'inverno, sbrigano le faccende domestiche, allevano i figli e nutrono famiglie numerose con pasti caserecci; gli uomini lavorano i campi, costruiscono edifici o partono, ignari di ciò che accadrà loro, per impugnare le armi l'uno contro l'altro nel secondo conflitto mondiale. 
Drastica è la linea che separa le presenze femminili da quelle maschili nella vita di Diamante, maschio mancato, bambina riccia e ribelle, costantemente indaffarata a combattere e, contemporaneamente, inasprire il conflitto con sua madre, che con gli anni diventerà un conflitto interiore. 
La Margiala è la madre di Diamante, capo di una famiglia matriarcale; colei che utilizza sapientemente l'energia ed il calore delle mani, colei che detiene il sapere curativo della natura nelle miscele di erbe scritte a memoria in una mente mai ferma. Fermo è, al contrario, il suo modo di porsi, di apparire, di educare i figli e redarguirli, di rapportarsi alle comari e di mettere a tacere chiunque incontri sul suo cammino.

La vita di Diamante scorre nell'ineluttabilità di una condizione morale e sociale prestabilita, a cui cerca sistematicamente di contravvenire rubando attimi di ribellione per assaporare la libertà, correndo lungo il canalone che la porta laddove il mare si infrange sugli scogli e le accarezza la pelle. Senso di ribellione, spirito di contraddizione, fermezza nelle convinzioni e decisione non l'abbandoneranno mai nell'arco degli anni descritti nelle pagine del romanzo.

Note di tradizioni culinarie nascondono un indomabile universo femminile e richiamano le vicende in rosa de Il conto delle minne di Giuseppina Torregrossa. Aria di magia e mistero pervade le righe, richiamando occulte tradizioni di poteri non svelabili tramandati lungo le generazioni di discendenza femminile, così presente anche in Accabadora di Michela Murgia.



Un Meridione da scoprire nel mare, nel sole, nella terra, nelle menti, nelle tradizioni, nella storia.

Il segno che mi hai lasciato...

[...] e in questo risiedeva una perversa mania tipica del Sud ad inseguire le sciagure [...] Può sembrare assurdo ma, per certe donne delle mie parti, esiste persino una sorta di immaginaria gerarchia delle sventure. Quelli che ne accumulano in quantità maggiore possono esibirle come un vanto, da addurre a parenti e amici. Non so se questo avvenga per effetto della fame o della povertà, ma annoverare più disgrazie può diventare una sorta di merito.

In una parola: Meridionale