'Un dramma borghese' di Guido Morselli


 
[...] Ma ho disturbato tre o quattro signore precocemente impellicciate curve su una vetrinetta, annaspanti fra pile di bigné e di cannoni alla crema. Succhiano, inghiottono con eucaristica compunzione, a occhi socchiusi. Soffuse di una puerile felicità direi invidiabile, che si smentisce quando le vedo tornare ai tavolini rosse in faccia, chiudendo nei fazzoletti le bocche impiastricciate, ultimo riflesso di quella felicità, e m'accorgo che si sorvegliano a vicenda, che mi sogguardano in sospetto. Io assaporo un caffè doppio, delizioso, le osservo e capisco di essermi imbattuto in uno dei tanti 'complessi' di un popolo che si fa credere semplice, la coscienza peccaminosa delle voluttà dolciarie, tipica dei miei connazionali: mi guardo bene da attingere a mia volta nella vetrine dei bignè. Per un uomo, mangiare i dolci in pubblico significa, in Italia, confessione di poca serietà, e di almeno vacillante virilità.

E' questa la ricca, ricercata, elaborata prosa che si snoda lungo tutto il romanzo. A distanza di qualche anno, infatti, mi domando: "Ma come ho fatto a leggerlo?". Si tratta infatti di una lettura assai impegnativa; tuttavia, è certamente anche la peculiarità dello stile narrativo a rendere le pagine magnetiche.

C'è un filo conduttore che attraversa la storia: i pensieri peccaminosi, mai del tutto esplicitati, prontamente scacciati in quanto incestuosi. Difficile gestire un'adolescente in preda a sfacciate pulsioni e per di più sconosciuta, nonostante il legame di sangue.

Concludo il post con un ulteriore passaggio del libro, che sa parlare molto meglio di qualsiasi mio commento.

Il segno che mi hai lasciato...
Non ho negato valore alla femminilità, come lo negano, a chiacchiere, quelli che di fatto, poi, ne vivono; l'ho onorata, e nell'unica maniera coerente, che consiste nell'accettarla nella sua oscura totalità e fatalità. Ma restandole esterno: senza pretendere di pentrarla e comrenderla, e cioè di discriminarla, in sostanza, di metterci in 'nostro' ordine, di accoglierne un lato per respingerne un altro. In questa rinuncia, sono stato precoce come Weininger; ero ancora un ragazzo, non consocevo che una o due coetanee, e avevo capito che, di quel mondo, non avrei capito né tentato di capire mai niente.

In una parola: Lussurioso.

Libro vuol dire Libero 
  


Il reato contro Nobel



Se affermo che non mi piace Picasso, sto commettendo un reato?
In altre parole, è punibile per legge chi non riesce ad apprezzare capolavori universalmente riconosciuti come tali ed i loro autori?

Non me ne vogliate: Picasso è solo un esempio.
La mia personale risposta alle domande, comunque, è: No.
Ritengo che i gusti non possano essere giudicati come giusti o sbagliati, anche se la maggior parte del globo ha osannato all'unanimità un artista come il più grande di tutti i tempi.
Credo che nel concetto di arte (sia nella produzione che nella ricezione) sia insita una componente di soggettività che fa in modo che ci innamoriamo di alcune opere più di quanto ci batta il cuore per altre, e per altre ancora proviamo indifferenza. E questo è vero per tutte le forme di arte, a mio modesto parere. 

Con questi interrogativi introduco un breve commento ad un libro che ho acquistato qualche tempo fa alle bancarelle a prezzo modico (ne ho parlato in: Alla ricerca di gioielli), dalla penna di un premio Nobel: Herta Müller. 
Un commento banale a freddo? Non mi è piaciuto. Non l'ho neppure finito. Quando lo aprivo al mattino, ne ricavavo irritazione, perchè faticavo a capire; alla sera, ero troppo stanca per potermi cimentare nella comprensione di quelle righe. Righe che ho percepito come sconnesse; da monologhi interiori si passa a dialoghi con personaggi che entrano ed escono dalla scena, fino a descrizioni di ciò che vedono gli occhi di Irene, fatte di frasi elementari (soggetto - predicato - complemento. soggetto - predicato - complemento). 
Di certo, il tema sottostante è duro (Irene lascia quello che chiama l'altro paese, ovvero la Romania, approdando alla Germania dell'Est), ma non mi aspettavo una rappresentazione così fedele della sofferenza, ovvero scarna, difficile da seguire, muta. 

Due sono le possibili spiegazioni a questa mia mancanza di entusiasmo provocata dal libro: la prima è che sono entrata in contatto la creazione meno interessante della scrittrice; la seconda è che non ho la sensibilità d'animo o le capacità cognitive per poter comprendere una tale nobile arte.
Questa seconda interpretazione l'ho partorita dopo aver letto la motivazione del premio Nobel: Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati.

Onore al merito, sempre.

Il segno che mi hai lasciato:
- Voglio fare l'amore con te.
La macchia di luce voltandosi brillò. Poi la testa di Irene si serrò. I suoi occhi erano chiusi. Lo sguardo perforò tutto il corpo, attraversandone i corridoi interni. Sentiva Franz, le sue ossa, come se appartenessero a lei.
Il corpo era caldo e trovò le parole giuste. Tutto il corpo partecipava, rifletteva su quello che diceva Irene.

In una parola: Muto 

Libro vuol dire Libero 

Traduzioni imperfette



Da qualche tempo, ho un dubbio che mi passa per la testa e vorrei che qualcuno mi aiutasse a fugarlo.

Se leggiamo un testo non scritto da autori italiani, la traduzione che arriva alle nostre menti riproduce fedelmente la versione originale?

Io credo di no.
Quando impariamo una nuova lingua e ci cimentiamo a tradurre frasi e brani per esercizio, ci insegnano che è indispensabile dare un senso a quello che traduciamo. Operare una traduzione letterale, infatti, non sempre dà luogo a periodi armoniosi o del tutto corretti. 
L'italiano è una lingua complessa, costituita da un vocabolario molto ampio, piena di perifrasi, di una gamma diversificata di parole che esprimono uno stesso concetto.

Dunque, se c'è un fondo di verità in quanto sopra esposto, quando leggiamo un romanzo non originariamente italiano e questo entra nelle nostre grazie, dobbiamo render merito all'abilità del traduttore?

Mi piacerebbe tantissimo poter leggere i libri in lingua originale. Chissà se l'effetto, il trasporto, la musicalità sarebbero uguali. Ma è ovvio che io non conosca e non possa conoscere tutte le lingue del mondo. 

E poi... io amo l'italiano!

Libro vuol dire Libero 

Aurora




All’alba di un nuovo giorno, il sole spunta timido, imponendo pian piano la sua maestosa luce ed un adorabile calore invernale. La frenesia della città dorme ancora; eppure, si sente un’insolita, tranquilla vitalità. Sarà l’aria frizzantina che proviene dal mare. 
Cesare sta facendo jogging sul lungomare. Si ferma un momento ad ammirare quella meraviglia; continua a saltellare sul posto, respira ed espira, sincronizzando il movimento delle braccia; allunga la gamba, poggiando il tallone sul muretto, per stiracchiare i muscoli ormai svegli. Il suo sguardo si perde nelle onde lente: sembra malinconico. A suon di musica, il cuore batte con la stessa velocità con cui una domanda lo assilla: “Come posso lasciare questa città?”.
Il mare gli regala la risposta. Cesare volta le spalle alla distesa luccicante, chiude gli occhi un istante per sentire meglio il tepore del primo sole: non ha più dubbi. 
Un messaggio al suo amore: «Non ti lascerò mai».

Foto di Alessandro Iermano
www.alessandroiermano.com

Libro vuol dire Libero

 


'Tsubaki & Hamaguri' di A. Shimazaki



In alcuni post precedenti, ho commentato due libri nati dalla penna di scrittori del Sol Levante.
La sensazione che mi è rimasta, se ripenso a quei romanzi, è in un caso di angoscia (Il demone), nell'altro di lussuria (La chiave).

Leggere Tsubaki & Hamaguri, al contrario, ha indotto in me una sensazione di tranquillità, nonostante le vicende siano ambientate a Nagasaki poco prima e subito dopo la tragedia delle bombe atomiche.
Quello rappresentato nelle pagine - mi è sembrato - è proprio il Giappone della saggezza orientale, del raggiungimento di uno stato di serenità. 
Come per gli altri romanzi, è presente, ancora una volta, un Giappone che nasconde delle vicende scomode, inaccettabili, da tenere accuratamente nascoste.
Lo sgancio della bomba sventra, fa esplodere, genera terrore e sofferenza, contestualmente alla scopertà della verità.


In foto: Parco del Memoriale della Pace a Hiroshima.

Il segno che mi hai lasciato...
<<Come possiamo essere sicuri che la memoria scompaia? Si sa che il corpo, cremato o seppellito, si decompone, perché possiede una forma materiale. Ma la memoria, che non ha forma, come possiamo essere sicuri che scompaia?>>
[...]
<<Credo che la nostra memoria, mia e tua, si perpetuerà nel bosco, eternamente>>.
 

In una parola: Giapponese



Libro vuol dire Libero 




 



Alla ricerca di gioielli




Il fascino delle bancarelle: amici libri impolverati, un po’ sgualciti, a buon prezzo!

Sono come finestre sul mondo dai vetri sporchi: basta aprirle per vederci chiaro, annusare la vita ed ascoltare i suoni di microcosmi vicini e lontani.

Libro vuol dire Libero 

L'amore secondo Stoner



Quand'era giovanissimo, Stoner pensava che l'amore fosse uno stato assoluto dell'essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l'aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un'illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno dopo giorno, dalla volontà, dall'intelligenza e dal cuore.
 
J. Williams, 'Stoner'


Libro vuol dire Libero 

‘Io sono di legno’ di G. Carcasi





Ho scelto questo libro perché l'autrice ha un nome quasi identico a quello di mia nipote. 
Alle prime pagine, ho pensato che fosse stato un errore, che non avrei dovuto lasciarmi ingannare da questi stupidi segnali ai quali do sistematicamente retta. Uno stile linguistico che non mi andava affatto a genio: frasi brevissime, essenziali; legami logici pressoché inesistenti; sovente, un capoverso per ogni frase; voce narrante alla prima persona singolare (dettaglio previsto, questo, essendo il romanzo in forma di diario). Il tutto viene raccontato utilizzando esclusivamente il tempo verbale del presente, sia per vicende e pensieri di oggi che di ieri, di modo che, a chi legge, quest'ultima distinzione non risulti tutte le volte così immediata. Ancora, discorso diretto non sempre segnalato: dialoghi senza virgolette, separati soltanto mediante una virgola da un pensiero o dal racconto degli eventi. 
Mi sembrava di leggere monologhi psicotici. Sono avvezza a stili linguistici più puliti, ordinati, regolari.

Andando avanti nelle pagine, sebbene fossi scettica, notavo, mio malgrado, che il libro teneva alta la mia attenzione. Non leggevo annoiata, né ho fatto il minimo sforzo a proseguire. Vicende intergenerazionali, relegate nel buio della memoria, salivano pian piano a galla. Il legame tra donne consanguinee irrompeva, ineluttabile, tra le righe. È un tramandare silente di segreti, di vissuti, di faccende femminili. E questa trasmissione intergenerazionale non può essere rappresentato da un linguaggio narrativo standard: non avrebbe sufficiente giustizia.

Quello impresso sulle pagine, mi sento di concludere, è il linguaggio del desiderio; è il linguaggio dell'inconscio, di ciò che non ha una forma definita e facilmente riconoscibile, che apparentemente non ha nessi logici ed è difficilmente rappresentabile, se non sotto mentite spoglie. 

Eppure è lì, pronto a condizionare intere vite. 


Il segno che mi hai lasciato...
I nostri corpi sono album di famiglia. 
Abbiamo il naso di un parente, le gambe di un altro, siamo la collezione di chi c'è stato prima di noi.

In una parola: Inconscio



‘Il bambino segreto’ di Camilla Läckberg






Per puro caso, ho incominciato a leggere questo giallo il 27 gennaio, Giornata della memoria. In quella stessa giornata, mi sono imbattuta in un passo, riportato su questo blog, in cui la protagonista descrive le sensazioni provate di fronte alla scoperta di una medaglia nazista, in un vecchio baule appartenuto a sua madre.


Il romanzo si è rivelato proprio un continuo, accattivante dispiegarsi di capitoli che, alternandosi in maniera sistematica, ritraggono vicende ambientate nel presente intrecciate con fatti risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, mettendo due generazioni a confronto. Fa da sfondo, in entrambi i casi, una cittadina costiera svedese, Fjällbacka (in foto).

Tutti i personaggi trovano il loro posto in ciascun capitolo, con lunghi capoversi che ritraggono in maniera dinamica e mai statica le loro vite; si incontrano, si intrecciano nella piccola realtà del paesino e ruotano intorno ad un misterioso omicidio. Quest’ultimo si configurerà, pian piano, come la punta dell’iceberg di fatti che accadono, a seguito del delitto, nel tempo attuale ma si rivelano legati al passato. 


Sono sincera: ho acquistato il libro perché in offerta speciale. Il titolo mi sembrava un po’ banale, ma avendo davvero poca confidenza con i gialli, non ho potuto fare a meno di cogliere l’occasione per tentare un approccio ad un genere per me nuovo. Il volume, essendo lungo per i miei gusti, è rimasto parcheggiato sullo scaffale per un anno e mezzo. Una volta aperto, però, l’ho divorato, impiegando ogni infinitesimale momento libero. Mi sono sentita davvero molto presa dagli intrecci e dai colpi di scena, che si sono susseguiti, uno dopo l’altro, fino alla fine, quando credevo di aver ormai intuito la chiave di risoluzione. 
Da un punto di vista storico, ero curiosa di conoscere come Paesi non coinvolti direttamente nella II Guerra Mondiale ne abbiano vissuto le conseguenze, in un modo o nell’altro. È sempre toccante, poi, apprendere di persone pronte a tendere una mano per salvare vite allo sbaraglio, o di strenui oppositori che combattevano per infliggere duri colpi allo scempio dilagante in quasi tutta Europa (oltre a coinvolgere popoli geograficamente ben lontani dal Vecchio continente).


Passando poi alle #letturedalmondo, non da ultimo, come spesso si verifica quando a scrivere sono penne operanti al di là dei confini del Bel Paese, a mio parere risultano degni di nota i riferimenti numerosi agli attimi di vita quotidiana ed alle usanze della Svezia, che bene stemperano la tragicità delle vicende di guerra, delle sofferenze soffocate e delle scomparse. 

Faccio degli esempi. 
Mi sono piacevolmente sorpresa nello scoprire che è abitudine svedese togliere le scarpe quando si entra in casa altrui – mi piacerebbe tanto se anche qui fosse lo stesso! Ho sorriso immaginando questi scandinavi naturalmente inclini al rispetto della privacy e dell’intimità casalinga altrui, che evitano accuratamente di presentarsi direttamente alla porta e preferiscono annunciare una visita al telefono, si trattasse pure di qualcuno di famiglia, come una suocera. 
È stato estasiante assaporare un’emancipazione femminile tale da rendere lecita la rivendicazione da parte della protagonista di riprendere a lavorare dopo una gravidanza (sebbene si trattasse di un lavoro svolto comodamente a casa), lasciando che la controparte maschile si occupasse della bambina, senza per questo apparire come una ‘cattiva’ madre. In maniera complementare, è stato idilliaco sognare un papà che possa permettersi un anno di congedo parentale, godendo delle gioie della paternità (pur sentendo nel profondo la mancanza del lavoro amato). Infine, si è presentata, dirompente, l’acquolina quando (spesso) la protagonista divorava gustosi Dumle - deliziose caramelle toffee ricoperte al cioccolato, prodotte sin dal 1945; mi sono chiesta, incuriosita, cosa fossero i polkagrisar desiderati da una donna in attesa (i famosi bastoncini di zucchero natalizi, al sapore di menta o cannella) e mi sono stupita ad immaginare gli svedesi che preparano il caffè contando i misurini da utilizzare per preparare una buona bevanda.

Il segno che mi hai lasciato...

Scosse la testa e cominciò a salire la scaletta. Voltandosi incrociò lo sguardo del ragazzo. La pena che provava lo sorprese. Quanti anni poteva avere? Diciotto, non di più. Eppure in quello sguardo si leggevano troppe cose che non avrebbero dovuto esserci. Una giovinezza andata perduta, e con quella anche l’innocenza che della giovinezza avrebbe dovuto essere propria. La guerra aveva indubbiamente mietuto troppe vittime, e non erano solo i morti.

In una parola: Giallo
 

Libro vuol dire Libero 

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