'Mi sa che fuori è primavera' di Concita De Gregorio


Non avrei potuto rimanere indifferente a questo titolo, dato che da anni seguo assiduamente Chi l'ha visto
Il programma, naturalmente, ha poco di romanzato. I parenti delle persone scomparse sono visibilmente sofferenti, dilaniati, disperati; ma tali emozioni convivono con lo stampo giornalistico-d'inchiesta della trasmissione solo in quanto difficilmente dissimulabili durante le ricostruzioni dei fatti, nelle testimonianze, negli appelli.

Tutta l'emozione associata alla perdita di due figlie che sia intelleggibile, comprensibile, contenibile, sopportabile, afferrabile, immaginabile, ti assale, al contrario, fin dall'apertura del libro. Due figlie, due gemelle di sei anni, di cui non si ha più alcuna notizia. 
Irina è una em shakula, una thakla, una vilomah, una charokammenos, ovvero una madre che perde un figlio, come è possibile indicare, rispettivamente in ebraico, in arabo, in sanscrito ed in greco moderno. Non esiste una parola corrispondente nelle diverse lingue europee conosciute da questa donna poliglotta, un sostantivo da attribuire alla propria condizione, per definirla, arginarla, etichettarla. 
Ma Irina non è una donna che si è chiusa nel suo sconfinato dolore: «il dolore da solo non uccide», dice. Proprio questa voglia di combattere, le consapevolezze, il suo essere donna tutta d'un pezzo ma che al contempo sa lasciare sfogo alle emozioni ed ai sentimenti la rendono una persona che sta ancora al mondo. Una mamma - sì, perché resti mamma anche se le tue figlie non ci sono più - che pian piano ha ricominciato ad affacciarsi alla finestra della vita. 
La forza di provare a rialzarsi è spesso fonte di colpa: come si può ricominciare quando non conosci le sorti dei due corpi usciti dal tuo corpo? La gente è sempre pronta ad additare. Ma perché è più facile compatire (spesso anche ipocritamente) chi non ce la fa, piuttosto che chi reagisce? E perché questa mamma ha dovuto subire severi sguardi di accusa per la follia che si è concretizzata? Ecco: Irina deve spiegarsi perché la tata che ha cresciuto Alessia e Livia sia completamente uscita di scena; perché la maestra sia rimasta in silenzio; perché la psicologa che seguiva il suo ex marito le abbia attaccato il telefono senza possibilità alcuna di interazione. A queste figure sono rivolte le parole della donna, ma non solo. Irina scrive anche agli affetti più cari: la nonna, Luis, il fratello. Dolce e disperata è la scena del papà che, strattonandola e fissandola negli occhi, le proibisce di morire.

L'inqualificabile dolore si alterna ad una profonda rabbia, per le clamorose falle nelle indagini da parte della polizia svizzera: Irina non è una sprovveduta, è una donna che ha girato tutto il mondo, è colta, è intelligente, è sveglia e non manca di certo di sottolineare le negligenze, di fornire suggerimenti, indizi, dettagli, di apporre la giusta enfasi al caso, troppo a lungo sottovalutato. Con mia estrema meraviglia, emerge, inoltre, tra le righe, una Svizzera maschilista, che poco ascolta una donna, sola e per di più italiana.

Intensi sono, infine, i brevi Io di te, in cui Concita De Gregorio vede, sente, entra in questa donna dai denti piccoli e la testa inclinata di lato, che sorride (immagino, nostalgicamente e amaramente) mentre versa un bicchiere di vino, tentando di mettere ordine dentro di sé.

E' un libro di speranza, questo. Perché, alla fine, todo cuadra.


Il segno che mi hai lasciato...
Dimenticare è impossibile, ma vivere si deve, perchè la natura ha deciso così: il dolore da solo non uccide. L'assenza di un amore si ripara con altro amore.

In una parola: Speranza.


Libro vuol dire Libero

'Il buio oltre la siepe' di Harper Lee




Ho sentito parlare molto di questo romanzo. 
Quando Harper Lee è venuta a mancare mi sono imbattuta in un breve servizio al telegiornale, di cui ricordo soltanto il fotogramma di un affascinante Gregory Peck sotto il tipico porticato di una casa statunitense. Il volume era già nella lista di titoli in cui a breve mi sarei immersa. 

Ma che grande sopresa che è stato questo meraviglioso romanzo. Sapevo che trattasse di discriminazione e così credevo, erroneamente, che avrei letto una storia pesante, difficile da seguire. Mi sbagliavo completamente. Sono gli occhi di bambina a raccontare il tutto; gli occhi di una bambina impertinente, sveglia ed intelligente, Scout, che fa coppia fissa con il fratello, Jem. 
E' stato proprio il modo innocente e semplice di raccontare fatti così dolorosi a farmi innamorare. 
E' un racconto da cui si può facilmente trarre spunto per approfondire delle vicende: le conseguenze della guerra di secessione, la difficoltà di rinunciare alla schiavitù quale istituzione incontrovertibile, una società fatta come una scala, in cui ciascun gradino si sente superiore a quello immediatamente precedente e a tutti quelli che sovrasta. 
Senza ombra di dubbio, anche a distanza di cinquant'anni dalla pubblicazione del romanzo, risultano di grande attualità il pregiudizio di cui l'essere umano è spesso schiavo, la paura della diversità, l'arroganza e la fame di potere che caratterizzano certi individui. Ma è permeata di tanta dolcezza la mancanza di comprensione di certe dinamiche del mondo adulto, di alcune categorie preconcette che una bambina di otto anni non sempre riesce ad applicare. 
Altrettanto tenero è il modo in cui, pur non riuscendo sempre a darsi spiegazioni convincenti a livello cognitivo, Scout riesce a percepire pienamente il disprezzo di alcune parole e la mancanza di rispetto sottesa ad esse. Esemplificativo è, a tal proposito, l'utilizzo del termine negrofilo che un compagno di scuola di Scout attribuisce al padre di quest'ultima, Atticus. Scout, infatti, dice: Cercai di spiegare ad Atticus che non era stato tanto quel che aveva detto Francis a farmi infuriare, quanto il modo in cui l'aveva detto. Estremamente saggia è la risposta del padre che bonariamente sentenzia, cercando di calmarla: Bimba mia, non è mai una vergogna sentirsi buttare addosso una parolaccia. Dimostra soltanto quanto sia meschina la persona che te la dice: a te non può fare alcun male.  
Un prototipo di bontà, di saggezza, di imparzialità, di integrità morale, Atticus; sono ben visibili gli sforzi di quest'uomo di tirare su nel migliore dei modi i due figli, che crescono in assenza della figura materna. Chissà che non ci sia un pizzico di idealizzazione nelle descrizioni di quest'uomo fatte dagli occhi di bimba.

Tutte le vicende raccontate sembrano quasi fare da sfondo alla realtà a misura di bambino vissuta dai due fratellini, fatta pur sempre di scuola, piedi nudi nel terreno, curiosità e scenette teatrali improvvisate per combattere la noia, sfida all'autorità e punizioni sensate. 
Per quanto mi riguarda, tra le righe del romanzo ho colto anche la complessità di un mondo complementare a quello infantile, ovvero quello genitoriale: un compito arduo che tuttavia, a mio parere, viene eccellentemente svolto da Atticus, il quale in maniera coraggiosa e non senza sforzi protegge il delicato fiore che è l'infanzia e contemporaneamente lo lascia pian piano affacciare ad una realtà non sempre idilliaca, educando i bambini al rispetto, alla riflessione, al pensiero indipendente.

Un romanzo davvero degno del successo avuto in tutti questi anni e che continua a toccare nel profondo il lettore di tutte le età e di generazioni ed epoche diverse.


Il segno che mi hai lasciato...
Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. E' raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede.

In una parola: Dolce

La folla





Una folla da delirio. Volti anonimi mi trascinano in una direzione a senso unico come un fiume in piena. 
Non mi sembra che io stia usando i miei piedi per muovermi; ho la sensazione di scivolare su pattini a rotelle che non controllo. Mi guardo intorno e penso che tutto sommato non è male questo stato. I volti anonimi hanno espressioni piuttosto allegre. Sono vestiti di colori sgargianti ed hanno occhi brillanti. Magari l'ondata di gente mi porterà in un bel posto. 
Tuttavia non riesco a lasciarmi andare perché mi sento soffocare. L'aria non circola nel fitto reticolo umano. Riprendo il controllo dei miei piedi e della mia testa e, cercando di divincolarmi, tra gli spintoni, trovo riparo in un angolino, dove posso respirare aria, decisa a rilanciarmi nell'ondata non appena i miei polmoni e la mia pelle saranno sazi di ossigeno. 
Continuo a guardarmi intorno incuriosita. È sera ma è caldo; mi sento come se fossi chiusa in un'enorme campana di vetro. Alzo gli occhi al cielo in cerca di una stella, e ne vedo tre. Penso che sia un buon segnale.
Sento la sabbia fresca sotto le piante dei piedi bollenti. Abbasso la testa e mi accorgo di essere scalza. Incredula, mi guardo intorno. Nella folla scorgo una testa di capelli scuri. Vedo solo lui e il resto della massa diventa una distesa di corpi eretti tutti uguali. Potrei riconoscerlo tra milioni di corpi, il suo. È alto e slanciato. Ha un odore che scalda il mio olfatto e lascia nell'aria una scia immaginaria di molecole rarefatte, che non posso non seguire. Si muove in un modo magnetico che solletica la mia pelle con sensazioni inattese, fresche, pungenti, intense. 
Lui si volta al mio implicito richiamo e mi guarda con i suoi occhi brillanti. Ma lo sguardo non è quello di sempre: profondo, ammaliante, cupo e sicuro, misterioso, compiacente e compiaciuto, complice. Il suo braccio non mi afferra per la vita e mi avvicina con decisione a sé. Le sue labbra non sono calde. I suoi denti non mi mordicchiano. Le sue dita non mi accarezzano, come a suonare il mio corpo che è un pianoforte.
Mi volta le spalle e continua per la sua direzione, perdendosi nella folla e cancellando volutamente ogni traccia di sé. 

Non sento più il suo odore. Mi sento smarrita, ora. Ma non mi viene da chiedermi il perché. Non ne ho il tempo, ora, perché d'istinto apro gli occhi. 

Mi volto e lui dorme, ignaro, proprio accanto a me.
Era solo un sogno. 

'Bianca come il latte, rossa come il sangue' di Alessandro D'Avenia


Un'amica, incuriosita dall'ultimo libro di D'Avenia, me ne parla entusiasta, consigliandomelo. Una volta in libreria, scopro che il volume non è tra i più economici. Così, decido di optare, completamente alla cieca, per il primo grandissimo, indiscusso successo di D'Avenia: Bianca come il latte, rossa come il sangue, rimandando l'acquisto della novità ad un secondo momento, anche per conoscere lo stile dello scrittore e testarne la compatibilità con il mio gusto personale.

Apro il libro e mi accorgo che il protagonista, nonché voce narrante, è un adolescente. Oh, no: non è una fascia d'età che mi attrae in modo entusiasmante.
Al contrario, mi irrita la sfrontatezza che caratterizza le abituali interazioni degli adolescenti, allo scopo di apparire brillanti agli occhi degli altri; l'abilità di cogliere e sottolineare le vulnerabilità altrui per ingigantire il proprio ego; la sfida aperta con chiunque rappresenti un'autorità; la necessità di mettere alla prova i propri limiti - divorare il numero maggiore di cheeseburger, azionare i freni del motorino quanto più vicino possibile agli ostacoli da evitare. 
All'inizio del romanzo, due ulteriori aspetti mi colpiscono: la pagina che il protagonista dedica alla descrizione dei suoi capelli mi riporta alla mente una famosa canzone di Niccolò Fabi; e l'amore idealizzato, unitamente alla costellazione dei personaggi, mi ricordano Alice e Mattia di La solitudine dei numeri primi.

Continuo a leggere, persa nel flusso apparentemente sconnesso dei pensieri adolescenziali. Tornare tra i banchi di scuola, alle corse in motorino, alle cotte che si trasformano in ragione di vita non è poi così malvagio come temo. Lo trovo rilassante.
Mi piace il modo in cui Leo adatta la realtà al suo mondo interno, attribuendo nella sua mente, ad esempio, nomignoli alle persone - l'infermiera Simmenthal, il Sognatore, Erika-con-la-kappa. Provo molta tenerezza di fronte ai segnali d'aiuto ben camuffati che Leo invia continuamente: anche se è difficile ammetterlo, sente forte l'esigenza del supporto e del conforto dal mondo degli adulti. D'altra parte, il giovane si ritrova, brutalmente, in una situazione più complicata di quanto le sue facoltà possano comprendere e gestire: una situazione che implica l'alone della morte. La Morte, questa sconosciuta, quindi, non è poi così lontana; tuttavia, non è possibile né accettabile che essa esista in un'età in cui ci si sente invincibili, eroi trionfanti di qualsiasi sfida.
L'ondeggiare di Leo tra il desiderio della speranza (a braccetto con un'ottimismo che non accetta compromessi) e la disillusione più nera mi rende comprensiva: queste oscillazioni mi attanagliano tuttora! Ed alcuni elementi di ingenuità, come il non capire che l'amico di cui il professore gli parla è il professore stesso, mi fanno sorridere. 

Ma l'aspetto che mi piace di più è l'apertura al divenire delle possibilità: Leo non ha le idee molto chiare, per questo è alla ricerca di risposte e rincorre, tenace, un sogno. In questa sfegatata ricerca, coltiva tutte le sue potenzialità: "Potrei diventare uno scrittore? Non posso, però, neppure escludere del tutto di diventare un astrofisico". 
Cresce e matura con l'incedere dei capitoli, questo adolescente intelligente, e fa in modo che, arrivata all'ultima pagina, io abbia una visione dell'adolescenza così diversa da quella che avevo prima di imbattermi nel libro in questione: come i bambini, ma in maniera diversa - con le sfide che ci pongono, con un'energia senza paragoni, con le crisi esistenziali, i sogni e le speranze - i teenagers hanno tanto da insegnare agli adulti.

Un ultimo cenno va al bellissimo personaggio del professore che, con maestria e pazienza, riesce ad entrare in sintonia con il giovane protagonista. Mi ricorda qualcuno che conosco, a cui, senza ombra di dubbio, consiglierò la lettura del romanzo.


Il segno che mi hai lasciato...

«Mamma, come si fa ad amare quando non si ama più?»
La mamma continua a tenere lo sguardo al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la Nana Bianca Gigante Rossa detta Silvia.
«Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto».

In una parola: Adolescente

Sogni e libertà



Ecco la risposta. Incenerire i sogni. Bruciare i sogni è il segreto per abbattere definitivamente i propri nemici, perché non trovino più la forza di rialzarsi e ricominciare. Non sognino le cose belle delle loro città, delle vite altrui, non sognino i racconti di altri, così pieni di libertà e di amore. Non sognino più nulla. Se non permetti alle persone di sognare, le rendi schiave.

Alessandro D'Avenia, "Bianca come il latte, rossa come il sangue"