Progettare: come e perché?

L’esperienza di una volontaria in servizio civile

Una volontaria in servizio civile racconta da spettatrice la stesura dei progetti per il servizio civile da presentare per un nuovo anno. Un nuovo anno da trascorrere con giovani dai 18 ai 28 anni all’insegna della solidarietà e della cooperazione.


Un alveare in piena attività per la produzione del miele. Questa è l’immagine che mi sovviene quando ripenso alla stesura dei progetti per il servizio civile da parte dell’Agenzia Agorà, accreditata alla 1a Classe dell’Albo Nazionale degli Enti di Servizio Civile – Codice: NZ04591, con sede operativa in Avellino e Campobasso, a cui ho assistito in prima persona come volontaria in servizio civile. L’osservazione di questo processo ha favorito in me la presa di coscienza di tutto il lavoro che esiste dietro l’elaborazione di ogni singolo progetto, che, se approvato, sfocia secondo un percorso naturale nella pubblicazione di un bando per la selezione di volontari in servizio civile da impiegare nelle attività progettuali previste. Ma cosa si cela dietro il bando, esito solo parziale di un processo ben più complesso, che può dirsi concluso non solo con l’espletamento delle attività previste, ma altresì con la constatazione del raggiungimento dei risultati attesi? Quanto lavoro, quanto impegno, quanta passione conducono all’esito desiderato?


Le fasi della progettazione, secondo il mio punto di vista, sono per certi versi assimilabili al lavoro meticoloso e sistematico delle api. Una squadra ben organizzata, in cui ciascuno ha un compito ma si lavora in sinergia, coordinandosi, attraverso uno scambio continuo e ciclico di informazioni, tutte caratteristiche necessarie alla corretta riuscita del prodotto finale. Si comincia con la raccolta del nettare. Ogni mente si adopera alla raccolta di informazioni sui territori su cui si intende operare, in modo da avere un quadro concreto della situazione, analizzando bisogni e domande e programmando interventi basati sulle reali necessità del territorio. Man mano che si raccolgono le informazioni, queste vengono elaborate, come le api cominciano la lavorazione del miele nella loro “borsa melaria”; così, le informazioni rielaborate ed arricchite vengono man mano inserite in un lavoro sistematico e coerente. Le api cercano i fiori da cui succhiare polline; in questo senso, conoscono lo spazio in cui si muovono, in modo da tornare all’alveare con un tesoro prezioso. Così, la conoscenza del territorio è fondamentale per la progettazione, non solo finalizzata all’analisi del contesto, ma anche per potersi muovere con cognizione, individuando gli enti che, coerentemente con il settore di intervento e con gli obiettivi del progetto, erogano dei servizi e con cui poter, eventualmente, lavorare in sinergia e con il sostegno reciproco, in uno scambio finalizzato ad uno scopo condiviso. Ciascuna ape, infine, quando torna all’alveare, depone il frutto della sua raccolta e della sua elaborazione nei favi, per la maturazione del miele. Così, ciascuna mente dell’Agenzia Agorà, ripone in ogni progetto un parte del proprio elaborato, del proprio impegno e del proprio arduo lavoro, “maturando” pian piano un progetto completo, curato, sentito.


Osservare tutto il processo della progettazione ha comportato la presa di coscienza di tutto il lavoro che esiste precedentemente alla pubblicazione del bando per il reclutamento dei volontari in servizio civile, il quale è solo esito parziale di una lunga ed oculata elaborazione, prodotto di una serie di menti appassionate che condividono la ferma intenzione di attivarsi nel concreto per realizzare azioni fruttuose da un duplice punto di vista.


Da un lato esiste il volontario in servizio civile, che è un giovane al quale è data l’opportunità di spendere un anno della propria vita in un’esperienza umana, formativa, lavorativa e di vita. In uno scenario nazionale poco favorevole per la realizzazione dei giovani, il Servizio Civile costituisce un’ottima base di partenza non solo, nella maggior parte dei casi, in quanto prima esperienza etichettabile come “lavorativa”, grazie al piccolo compenso che ciascun volontario percepisce, ma anche come opportunità di crescita a tutto tondo. Essere volontario in servizio civile, infatti, vuol dire aprire la propria mente ad un molteplice confronto: con i propri coetanei, con chi possiede più esperienza, e con diverse generazioni. Vuol dire capire cosa significa, nei fatti, il lavoro di gruppo, la coordinazione, la coesione, il saper stare in mezzo agli altri, l’assumersi un impegno, con costanza, dedizione e responsabilità. Contemporaneamente svolgere il servizio civile vuol dire formarsi, perché entrano in gioco la trasmissione, l’assimilazione e la diffusione di valori di inestimabile importanza, quali la solidarietà, la cooperazione e l’apertura verso il prossimo e, soprattutto, la consapevolezza del concetto di Patria, con tutto ciò che la formazione di una coscienza civica comporta.


Proprio a partire da questi valori, poi, si evidenzia, dall’altro lato, l’importanza di dare forma a progetti sempre nuovi, in virtù non solo dei risultati ottenuti nelle annualità precedenti, ma anche della consapevolezza dell’aiuto concreto che la realizzazione delle attività progettuali comporta, per i destinatari e per chi, indirettamente, ne beneficia.


Le “api” hanno duramente lavorato per presentare progetti attuabili e descritti nei minimi dettagli. In quei progetti sono palesemente percepibili le motivazioni, la passione, la dedizione, l’esperienza che lo staff dell’Agenzia Agorà ha infuso in ogni singola pagina, nella convinzione degli innumerevoli vantaggi che tali progetti veicolano in sé.


Enza Graziano


'La piccola dea della fertilità' di Paul Mesa




Aprendo le pagine si sente il profumo del caffè. 
Di quel caffè di cui Maria, madre della piccola Bica (sostantivo portoghese per designare un caffè ristretto), detiene gelosamente la ricetta originale, e che il cuoco del piccolo Schosshotel è ossessivamente e costantemente impegnato a scoprire, per tentativi ed errori.
Le vicende di Bica si snodano all'interno e nei dintorni del piccolo, caldo hotel di una città senza nome, tra stanze, personale, clienti e misteri.

C'è del non detto tra Maria e Bica e questo non detto influenza l'intero romanzo, dal passato al presente. La città è senza nome perché poco importa la collocazione spaziale dell'esosistema che circonda il microsistema dell'hotel, rifugio e punto di approdo della coppia dopo un continuo fuggire lungo l'Europa. 
Germania, Francia e Portogallo si mescolano nelle parole, nei pensieri e negli scenari, ma è sempre Lisbona a ricorrere nei ricordi delle due donne.
L'inizio del romanzo ha il sapore di un giallo: al mistero centrale, la cocoma, si intrecciano altre situazioni in sospeso, vicende irrisolte del passato o del presente, che incuriosiscono il lettore. 
D'altra parte, molto della storia è pressoché surreale, eppure così vivida e naturale nella sua mistica ma realistica assurdità. Vero e reale è invece il dolore che in certi passaggi si può toccare con mano, ma mai è tragico; piuttosto, appare sempre supportato da un'alea onirica ed una punta leggermente comica.

Anche l'articolazione dei capitoli è insolita, data dall'alternarsi delle vicende attuali con le pagine emotivamente cariche della storia di vita della protagonista, che lei stessa racconta.
Ciascun personaggio entra in scena con un biglietto da visita: nome, statura e bevanda preferita.


Perché Bica è un un metro e quarantanove di azioni e pensieri buffi, intrisi di una sensibilità unica e senza precedenti. Perché Bica è il nome di una bevanda, un concentrato di aroma intenso, deciso, avvolgente.

Il segno che mi hai lasciato...

La ripetizione logora l'amore, perché l'amore è una forza che onora le 'prime volte'. Eppure la vita comincia quando cominciano le ripetizioni: quando vedi il sole sorgere la seconda volta, quando vai a scuola per il terzo giorno di seguito. La vita inizia quando l'amore finisce, e l'una esclude l'altro come il giorno con la notte.

In una parola:

Sognante


'Il giardino degli oleandri' di Rosa Ventrella



E' il Meridione che pervade maestoso le vicende di una donna che non perderà mai gli occhi di bambina. 
Un Meridione di salsedine, sole, aromi, profumi, magie.

Scene immobili di altri tempi, eppure ancora così attuali in certi angoli remoti d'Italia, fanno da sfondo a pomeriggi assolati di donne dedite alla casa, loro spazio personale ed inattaccabile, e contemporaneamente attrici delle stradine di un paese dalle dimensioni e dalla dinamiche di una grande famiglia.
Popola il romanzo uno sfondo di figure caratteristiche.
Le comari si incontrano regolarmente, discorrendo su sedie di paglia intrecciata di un mondo femminile fatto di famiglia, pettegolezzi, segreti, farine ed elisir di benessere. 
I pescatori abitano corpi scalfiti dal sole, con rughe profonde e occhi piccoli che si difendono da raggi di luce e calore. Le viuzze strette sono abitate da banchi di frutta, urla di piccoli commercianti, occhi che scrutano per diffondere dicerie. 
Gli anziani oziano sull'uscio dall'alba al tramonto per osservare l'andirivieni di piedi scalzi e frettolosi e di lunghe vesti scure che si recano al pozzo in piazza per riempire brocche di acqua. Immortalano il tempo nascosti dietro carte da gioco e ampi bicchieri da cucina ricolmi di strutturato vino rosso.

Le differenze di genere segnano un'epoca in cui le donne lavorano ai ferri maglie per l'inverno, sbrigano le faccende domestiche, allevano i figli e nutrono famiglie numerose con pasti caserecci; gli uomini lavorano i campi, costruiscono edifici o partono, ignari di ciò che accadrà loro, per impugnare le armi l'uno contro l'altro nel secondo conflitto mondiale. 
Drastica è la linea che separa le presenze femminili da quelle maschili nella vita di Diamante, maschio mancato, bambina riccia e ribelle, costantemente indaffarata a combattere e, contemporaneamente, inasprire il conflitto con sua madre, che con gli anni diventerà un conflitto interiore. 
La Margiala è la madre di Diamante, capo di una famiglia matriarcale; colei che utilizza sapientemente l'energia ed il calore delle mani, colei che detiene il sapere curativo della natura nelle miscele di erbe scritte a memoria in una mente mai ferma. Fermo è, al contrario, il suo modo di porsi, di apparire, di educare i figli e redarguirli, di rapportarsi alle comari e di mettere a tacere chiunque incontri sul suo cammino.

La vita di Diamante scorre nell'ineluttabilità di una condizione morale e sociale prestabilita, a cui cerca sistematicamente di contravvenire rubando attimi di ribellione per assaporare la libertà, correndo lungo il canalone che la porta laddove il mare si infrange sugli scogli e le accarezza la pelle. Senso di ribellione, spirito di contraddizione, fermezza nelle convinzioni e decisione non l'abbandoneranno mai nell'arco degli anni descritti nelle pagine del romanzo.

Note di tradizioni culinarie nascondono un indomabile universo femminile e richiamano le vicende in rosa de Il conto delle minne di Giuseppina Torregrossa. Aria di magia e mistero pervade le righe, richiamando occulte tradizioni di poteri non svelabili tramandati lungo le generazioni di discendenza femminile, così presente anche in Accabadora di Michela Murgia.



Un Meridione da scoprire nel mare, nel sole, nella terra, nelle menti, nelle tradizioni, nella storia.

Il segno che mi hai lasciato...

[...] e in questo risiedeva una perversa mania tipica del Sud ad inseguire le sciagure [...] Può sembrare assurdo ma, per certe donne delle mie parti, esiste persino una sorta di immaginaria gerarchia delle sventure. Quelli che ne accumulano in quantità maggiore possono esibirle come un vanto, da addurre a parenti e amici. Non so se questo avvenga per effetto della fame o della povertà, ma annoverare più disgrazie può diventare una sorta di merito.

In una parola: Meridionale



Sguardi


Era seduto nella penombra del solito bar a sorseggiare il suo bicchiere, ricoperto di condensa e colmo di ghiaccio. Adagiato nella sedia di metallo, Buddy tirava su dalla cannuccia con un'espressione indecifrabile, che gli apparteneva da tempo. Manteneva un equilibrio dinamico, mentale e fisico, accavallando lunghe gambe muscolose; la destra, che continuava per qualche minuto ad oscillare, sulla sinistra. La schiena aderente allo schienale troppo inclinato gli conferiva l'aria di un pensatore greco sopraffatto da parole vaganti. Un braccio seguiva l'andamento del bracciolo terminando in dita lunghe, leggermente penzolanti; l'altro, piegato, porgeva sorsi di riflessione alla bocca assetata di risposte. 
A tratti Buddy tendeva le labbra umide di rosso scuro, schiudendole leggermente, per sorrisi di circostanza. Senza muovere la testa, si guardava intorno, roteava discretamente gli occhi ben aperti, tra le risate degli amici, disposti intorno ad un grande tavolino, le quali poco lo distoglievano dalla sua abituale attività di osservatore attento.

Holly lo aveva sempre notato. 
A volte finiva per caso in quello stesso bar; si fermava frettolosamente per concedersi la calma di un caffè rigenerante, dimenticandosi, in quei brevi istanti, dei ritmi affannati della sua vita impegnatissima. 
Afferrava la maniglia grigio chiaro, che contrastava con lo smalto scuro delle sue unghie, ed entrava spingendo con decisione la porta di vetro pesante. La precedeva e la accompagnava un pesante vortice di incombenze temporali, rispecchiate nelle cartelle e nei fogli sgualciti che trasportava e proteggeva gelosamente, spingendole verso il suo corpo, sotto il braccio sottile. 
Si avvicinava al bancone e, alla richiesta di un espresso, allungava automaticamente la mano in cerca di una bustina di zucchero. La prelevava dal capiente contenitore bianco e la agitava con movimenti ondulatori, reggendo la punta di carta sottile tra il pollice e l'indice, finché non percepiva il tintinnio della tazza sul piattino. Versava il contenuto della bustina nel profumato liquido scuro che con voracità inghiottiva i granelli candidi e, sollevando il cucchiaino, lo immergeva nella tazza. Si incantava a guardare la sua mano che roteava nell'intento di addolcire il sapore forte e a sentire il suono acuto del metallo contro la ceramica. Solo quando il caffè si era quasi freddato, portava la tazzina alla bocca. Al contempo, in quell'istante, si sentiva sfiorare.

Allora si guardava intorno e, nascosto in un angolo del bar, vedeva Buddy, assorto nella lettura di un quotidiano. Quell'uomo era talmente in sintonia con l'ambiente che, se non fosse stato per il suo corpo alto ed i movimenti lenti, la sensazione di Holly di scorgerlo nel suo campo visivo non sarebbe diventata una percezione concreta.
Holly credeva che quell'uomo nascondesse una grande mistero. Lo aveva sempre visto con la stessa identica inamovibile espressione facciale. Seriosa, fissa, scrutatrice. 
Prima di pagare il caffè e correre via, avvertiva un inarrestabile moto di curiosità che spingeva affinché si avvicinasse a lui. Ogni volta, Holly fantasticava immaginando la scena: senza proferire una parola, gli si sarebbe piazzata di fronte e, guardandolo fisso negli occhi, ipnotizzandolo e senza permettergli di muoversi, gli avrebbe letto il pensiero.

Quella sera Holly era tornata al bar della tranquillità per qualche chiacchiera con un'amica. Quella sera Buddy era lì.
Quando si alzò per andare via, Holly lo sfiorò con lo sguardo.
In quel momento, e solo in quel momento, Buddy era sorprendentemente partecipe alle risate del cerchio di amici, stretti intorno al tavolo. Stava sorridendo.

Holly si incantò ad osservare come i lineamenti del viso di Buddy si fossero magicamente addolciti e l'espressione del volto avesse subito un cambiamento radicale. Un sorriso contagioso si era impossessato dell'ovale stretto e mostrava grandi, imperfetti denti bianchi. Gli angoli della bocca premevano contro le guance che si erano sollevate, gonfiandosi, e gli occhi sempre ben aperti si erano socchiusi formando due lune sottili, la cui bellezza era accentuata da un ventaglio leggero di rughe di espressione agli angoli esterni.

Nell'istante in cui Holly gli passò davanti, Buddy sollevò lo sguardo, mostrandosi senza maschera e puntando le pupille dilatate e le iridi brillanti negli occhi di lei. Come nella scena di un film al rallentatore, Holly ricambiò quello sguardo, spargendo nell'aria, al suo passaggio, scintille di radiosità.


Avrebbe voluto che Buddy si accorgesse di ciò a cui stava pensando: che il mondo di quell'uomo era molto più vasto e variegato di quanto lei credesse. E che avrebbe fatto di tutto per esplorarlo.

TIC-TAC



Guardo fuori dal finestrino. Il paesaggio scorre veloce sotto i miei occhi scrutatori assetati di emozioni visive. Il sole si nasconde dietro le nuvole e ogni tanto fa capolino, regalando alla terra qualche raggio dorato che finisce dritto dritto sulle colline ancora verdi.
Cullata dai vagoni oscillanti, mi guardo intorno immaginando i pensieri delle persone sedute intorno a me. Sono capitata in una carrozza di accaniti lettori, e la cosa mi rilassa e mi ispira.

Qualcuno ogni tanto alza gli occhi dal libro per sostituire alla simmetria ed alla costanza delle righe di inchiostro nero i contorni sfumati dei nuvoloni minacciosi carichi di pioggia.
Qualcuno alza gli occhi e mi guarda fisso, cercando di leggere, probabilmente, i miei pensieri.
Le espressioni dei viaggiatori sono tristemente omologate: guardando continuamente l'orologio, le loro sagome tentano di sopprimere quella sensazione di noia che li assale; sembrano voler spingere in avanti le lancette dell'orologio per far volare questa carrozza di seconda classe in un'altra dimensione. Portano in giro volti appiattiti e ridotti ad ovali privi di profondità espressiva, persi in pensieri che mi sembra di sentire sotto forma di suoni accavallati ma pressoché distinguibili.
Sono pensieri che forse non mi interessano, perché si sovrappongono ai miei, che cerco di scacciare e di mettere a tacere; o che forse non riesco a contenere, perché sono assorta in un mondo tutto mio, molto lontano da questo stesso vagone.
Con la massima discrezione, metto su le cuffie ed accendo il mio dispositivo lucido e luminoso, alzando al massimo il volume per coprire il treno di pensieri.

Le canzoni susseguendosi rovesciano la direzione delle lancette dell'orologio, che cominciano a ruotare in senso antiorario; scorrendo a ritroso con lo stesso ritmo veloce delle melodie, il treno in corsa mi porta negli anni Sessanta, sincronizzando, durante il viaggio, i sobbalzi sui binari con ogni percussione, nota ascendente, irruzione polifonica delle mie canzoni.

I miei occhi luccicanti non sono circondati da rughe; le labbra carnose non sono delimitate dai solchi del tempo. Lunghe ciocche di capelli mi avvolgono le spalle lisce e nude, ma sono tenuti a bada da un largo foulard in astratta fantasia colorata; un lungo vestito abbondante mi lascia esperire un profumo di libertà che ero sicura di aver dimenticato. Mi trovo in un vecchio locale pervaso da una luce soffusa e popolato da centinaia di spiriti che si lasciano trascinare dalla musica accuratamente scelta da un sapiente intenditore.
L'odore dei vinili, il rumore impercettibile della punta metallica che scorre sui solchi dei dischi, il consueto gesto di chi ci fa gustare vivaci note armoniose: rivivo quelle sensazioni.
Le vibrazioni musicali si propagano nell'aria pesante e fumosa e dal mio orecchio in ascolto danzano verso il resto del mio corpo, trasformandosi in scariche di elettricità neuronale che scendono fino al mio stomaco e da lì si impossessano del mio bacino e delle mie gambe leggere. Una mano decisa stringe la mia e mi invita a dare libero sfogo a quel moto di espressività travolgente. Gli occhi da orientale sovrastano la bocca che, in armonia con la danza del mio corpo, riproduce pedissequamente suoni e parole della musica nell'aria, enfatizzandone la contagiosa vitalità.
Le mie spalle e le mie braccia si agitano, traducendo le note musicali in linguaggio del corpo.

Un'imprevista discontinuità sulle rotaie fa sobbalzare il vagone e mi costringe ad aprire gli occhi. Mi accorgo di essere in piedi al centro della carrozza mentre il mio corpo ed i miei pensieri si sono completamente sbarazzati dei potenti freni inibitori di una ormai compita donna sessantenne.
Ma non posso nascondermi né evitare un faccia a faccia con gli sconosciuti passeggeri divertiti... mi sorprendo a trovarmi di fronte a sguardi improvvisamente sorridenti, denti in bella mostra dietro bocche con profondi angoli all'insù e mani che continuano a battere in un fragoroso entusiasta applauso.
Ripreso possesso della mia identità, sorrido con lo sguardo abbassato e con finta nonchalance afferro al volo ai miei bagagli, balzando fuori dalla porta del treno e tornando con i piedi per terra... la terra di una stazione sconosciuta. 

Libro vuol dire Libero 





'E pummarole


Il lungo mese di agosto si presenta ogni anno così.
I giorni sono scanditi in funzione del dì di festa. Non il Ferragosto, non la partenza per il mare. Il giorno in cui si preparano le conserve di pomodori. Famiglie intere si riuniscono per una giornata di intensa produzione, mentre si scambiano, festose, chiacchiere sollecite ed aneddoti tramandati di generazione in generazione. Si sentono voci stridule che dirigono semplici e complesse operazioni; si disperdono nell'aria tintinnii di movimenti celeri e trasparenti nei vetri maneggiati.

Rossi frutti succosi, maturati nei campi assolati, pieni di densa polpa e piccolissimi semini gialli, percorrono il loro cammino in colorate casse di plastica, impilate una sull'altra, su lunghi tir stracolmi che transitano indisturbati lungo le nostre strade. Chili di pomodori giungono nei locali di preparazione nelle stesse cassette, maturi, odorosi, turgidi e polverosi, nella loro forma leggermente allungata e con verdi ciuffi sul capo rotondo.
Piccole imprese familiari, improvvisate quanto collaudate, si adoperano, in attrezzatissimi locali al pianterreno, organizzate secondo efficientissime catene di montaggio. Ad ognuno il suo compito.

Sveglia all'alba per aggirare la calura del mese estivo per eccellenza; colazione veloce quanto sostanziosa; ci si infila gli abiti da lavoro, freschi e un po' rovinati, e si dà il via al laborioso procedimento di elaborazione della conserva.
Dalle cassette di plastica alle capienti bacinelle azzurre e color arancio, piene d'acqua fresca e limpida; i pomodori vi si tuffano, schizzando gocce di faticoso entusiasmo sulle gambe nude e sui piedi scoperti nelle ciabatte. Mani veloci e sapienti spingono i pomodori verso il fondo della bacinelle, in un vortice di rosso lucido che scende e subito dopo, pesante, risale alla superficie. Gli operai rovesciano frettolosamente l'acqua ormai polverosa e la ricambiano facendola fluire attraverso lunghi tubi di gomma verde.

Nel frattempo, qualcuno provvede a cogliere, una ad una, profumatissime foglie di basilico, riponendole con cura in un grosso recipiente. Ad ogni stelo staccato dal ramo, l'aria si inonda di quel fresco profumo estivo; la pelle delle dita, a contatto con la foglia ruvida e morbida, si inzuppa di quell'odore verde che passando attraverso il naso provoca il chiacchiericcio delle papille gustative.
Acqua e ancora acqua per inondare bottiglie di vetro, trasparenti, verdi o giallo scuro, di diverse forme e dimensioni, pazientemente collezionate durante la stagione invernale, in passato contenenti i liquidi più disparati. Altro che vuoto a rendere: tutto fa parte di un saggio ciclo di riciclo.

La distesa lucida di pomodori, che regala un'estasi visiva, viene riposta velocemente ancora in quelle cassette colorate; gocce brillanti scivolano via dalla scorza liscia e passando attraverso i fori scorrono sulla terra, che immediatamente sprigiona un dolce profumo di umida arsura.
Dita piccole infilano nel collo di ogni bottiglia una fogliolina di basilico: si prende la foglia, si mette nella bottiglia, che viene poggiata su un piano, creando distese di vetro vuoto. Un alto calderone d'acciaio viene riempito con acqua fresca, in cui si tuffano i frutti della terra che con la loro salsa delizieranno, per il resto dell'anno, i palati di commensali quotidiani e di festa. Il calderone, scaldandosi, esala un delizioso profumo di sugo bollito nell'aria pesante e calda. Giunge sulla scena, indiscusso, un grande trituratore che riduce i pomodori in salsa. Fiumi rossi e caldi scivolano irrompendo da un bocchettone, mentre da un altro si raccolgono le scorze, figlie del pomodoro esaurito.

Le donne di casa si avvicinano con una pentola da cucina per preparare finalmente un pasto veloce ma gustoso e casereccio, desiderose di assaporare un'anteprima del prodotto di una giornata di festa faticosa. 
Et voilà, ora compare l'imbuto che paziente si infilerà e si sfilerà dalle accoglienti bottiglie per dividere e dirigere il fiume rosso in ogni recipiente fin quasi all'orlo. Riempita, ogni bottiglia passa nelle mani di chi ha il compito di tapparle, che afferra il braccio dell'apposita macchinetta manovrandolo attraverso un rapido movimento discendente. Le ultime mani che la bottiglia attraverserà saranno quelle di chi, con cura e sapiente ingegno dell'incastro, la riporrà, ancora una volta nel calderone, per un'ultima bollitura.

Il lavoro è finito e, nell'attesa che l'ultimo passaggio sia compiuto, gli operai si guardano i vestiti macchiati di schizzi rossastri, si toccano la pelle appiccicosa per l'umido dell'aria e del sudore ed inspirano profondamente con il naso per sentire l'odore aspro e dolce del pomodoro, re delle nostre tavole.



Mes-saggi


La tranquillità nostalgica del mare d'autunno; il lungomare deserto all'imbrunire, malinconicamente abbandonato agli schizzi odorosi di salsedine che giungevano inevitabili alle sferzate di ogni onda contro gli scogli. Cielo e mare si fondevano in tutte le sfumature del grigio: dalle nubi gonfie d'acqua che riflettevano, irregolarmente tondeggianti, la fioca luce di un tramonto stanco, alla distesa ondulata del mare infervorato che si perdeva all'orizzonte, mostrando qua e là linee biancastre di spuma increspata.

Gli occhi cerulei di Charline riflettevano quel miscuglio di luce e acqua, adottandone le venature e fondendosi con esso. Luccicavano a contatto con il vento, riempendosi di lacrime abbondanti che in certi attimi non riuscivano ad essere contenute dalle palpebre e scorrevano veloci, solcando le gote arrossate. Gli schizzi invisibili di acqua salata ed i rigagnoli indelebili prodotti dai suoi occhi si incontravano con ciocche dei suoi capelli scuri abbandonati all'energia del vento; a tratti, ciocche crespe si appiccicavano alla fronte ampia o finivano impigliate alle labbra umide, passando negli angoli della bocca ad ogni caldo sospiro di Charline.

Il suo sguardo vagante si posò sugli scogli sotto i suoi piedi, al di là della ringhiera grigia saldamente affondata in un muretto di mattoni. Proprio lì, noncurante della tempesta ed altrettanto saldamente afferrata agli scogli, si adagiava una bottiglia di vetro trasparente, chiusa da un tappo di sughero scurito per effetto dell'acqua assorbita. 

A Charline sembrò di scorgere, all'interno della bottiglia, un foglio di carta biancastra arrotolato. Un messaggio in una bottiglia. "Ma quelle non esistono solo nelle favole e nelle canzoni?" pensò Charline. Forse aveva preso un abbaglio. Ma il mare continuava incessantemente ad avanzare e ritirarsi, e la bottiglia restava ferma lì. "E' incredibile, sembra che mi stia chiamando". 
In un attimo dimenticò la forza pericolosa del mare in tempesta e con un balzo agile e scattante scavalcò la ringhiera e scese sugli scogli, approfittando di un momento di tregua in cui le onde si erano ritirate. Afferrò la bottiglia, la infilò nella tasca posteriore dei jeans e fece forze sulle braccia per sollevarsi dagli scogli, poggiando le mani sul muretto; poi tirò su le gambe e veloce si alzò in piedi, evitando di voltarsi per controllare l'avanzata del mare e pronta a sentire una cascata di acqua fredda sul suo corpo. Si attaccò con entrambe le mani alla ringhiera appiccicosa e scavalcò di nuovo, avviandosi verso la panchina. 
Sfilò la bottiglia dalla tasca e si sedette; il fiatone coprì il vetro di condensa e le dita ancora tremanti per lo sforzo si affrettarono a tirar fuori il tappo dalla bottiglia. 
Charline srotolò smaniosa il foglio umido.

«Non c'è cosa più difficile che accettare gli altri nella loro diversità. A volte, neppure sforzarsi volontariamente serve, perché l'accettazione è un atto che presuppone un processo graduale di cambiamento interiore. Non sono gli altri a dover cambiare per noi, poiché sarebbe impossibile, come voler trasformare un cane in un gatto. Sono i nostri schemi rigidi a dover diventare flessibili, preservando una recinzione, un proprio modo di essere inattaccabile ed invulnerabile, un angolino in cui rifugiarsi per osservare da lontano tutto quello che succede intorno. Dobbiamo aprirci alla diversità.
Non esiste una categoria di persone che ci affrettiamo ad etichettare come "incompatibili" con noi stessi. Quelle stesse persone, inevitabilmente, incontreranno persone con loro, al contrario, compatibili, come i pezzi di un puzzle. Per questo motivo, anche il modo in cui le persone si rendono compatibili con noi dipende anche da noi. Siamo costituiti da mille facce, tutte ugualmente autentiche, che mostriamo a seconda di chi abbiamo di fronte, scegliendole attraverso rapide valutazioni inconsapevoli. Prendendo atto di questa verità, ognuno può godere dei lati positivi che ogni essere umano incontrato sulla propria strada possiede e, nelle giuste condizioni, può offrire. Apertura all'incontro con l'altro vuol dire anche questo: mettersi in gioco senza avere pregiudizi e senza precludersi alcuna possibilità».

Quando staccò gli occhi dal pezzo di carta, Charline vide una sagoma camminare sul mare, improvvisamente ed inavvertitamente piatto. Un uomo di mezza età dall'andamento ciondolante, canuto e con i capelli lunghi, si allontanava verso l'immensità con le mani in tasca.

Incredula, Charline abbassò la testa osservando la bottiglia tra le sue mani, con i palmi rivolti verso l'alto; poi subito rialzò lo sguardo verso il punto in cui l'uomo camminava. Non c'era più, ed il suo passaggio era stato inghiottito dalle onde.


Rotolando verso me


Non c'è meraviglia più grande che aprire gli occhi al mattino e vedere il tuo dolce viso. 

È come essere accarezzati da un tiepido raggio di sole, come avere il buongiorno da una farfalla che delicata mi sfiora la pelle con le ali, come aprire le narici al profumo di un fresco fiore selvatico.

Mi sveglio e ti guardo, piccola come sei, con le lunghe linee degli occhi chiusi, il nasino perfetto e la bocca di fragola; i ricci ribelli che si espandono sul cuscino, in un'aura dorata che ti incornicia il visino dalla forma e dal profumo di mela; la fronte spaziosa che immagino nasconda sogni di bimba, fatti di fate e streghe, mare e sabbia, pesciolini e tartarughe, ritornelli e ritmi.

Un pancino rotondo, le braccia morbide, le gambe lunghe e distese, le manine ed i piedini da baciare e mordicchiare. Dormi beata nell'amore delle persone che ti adorano.


E quando spalanchi gli occhi, un mare cristallino mi inonda. 

Mi guardi, già sorridente, scrutando il mio volto e con lo sguardo fisso nel mio, prima di pronunciare, con la vocina sottile ma decisa: «Jaja!». 

È così che cominciano le mie più belle giornate ed è così che vorrei cominciare tutti i giorni della mia vita.


Pink


Amo le donne.

Amo i loro lunghi colli affusolati che d'estate si scoprono dai vestiti e dai capelli e spargono un odore di freschezza. Potrei impazzire quando osservo il modo in cui, con estrema nonchalance, legano le soffici chiome fluenti in nodi perfetti quanto improvvisati, che lasciano cadere distrattamente qualche ciocca sulle spalle o sul viso. Con delicatezza scostano piccoli ciuffi ribelli dagli occhi e li raccolgono con maestose piroette delle mani dietro le orecchie.

Amo i loro occhi scrutatori e pensierosi, che sorridono ammalianti all'incrocio con un estraneo. Le labbra polpose, rosee e attraenti, che si schiudono dolcemente poco prima di emettere i suoni profumati delle loro corde vocali. Posso sentire il fruscio della lingua che le bagna di saliva quando parlano troppo.
Le morbide mani curate accarezzano il mondo, l'aria e la luna.
Gli ampi ventri accoglienti sono il ricettacolo di pensieri, emozioni e sentimenti. Li sentono dentro, pensieri, emozioni e sentimenti, nello stomaco, e li qualificano in base ai moti viscerali che animano i loro corpi leggiadri.

E poi le scie di profumo che lasciano al loro passaggio. Fragranze indistinguibili che prendono vita al contatto con la pelle e si diversificano in base alla donna che le vaporizza su di sé.
La cura dei dettagli, gli accessori, i colori ed i suoni impercettibili del loro corpo le rendono splendide nella loro complessità. I tacchi che calzano come guanti ai loro piedi leggeri e veloci e l'andamento dondolante delle loro passeggiate.


Possono arrivare ovunque vogliano.




Masse e Mosse


Una folla da delirio. Volti anonimi mi trascinano in una direzione a senso unico come un fiume in piena. 
Non mi sembra che io stia usando i miei piedi per muovermi; ho la sensazione di scivolare su pattini a rotelle che non controllo. Mi guardo intorno e penso che tutto sommato non è male questo stato. I volti anonimi hanno espressioni piuttosto allegre. Sono vestiti di colori sgargianti ed hanno occhi brillanti. Magari l'ondata di gente mi porterà in un bel posto. 
Tuttavia non riesco a lasciarmi andare perché mi sento soffocare. L'aria non circola nel fitto reticolo umano. Riprendo il controllo dei miei piedi e della mia testa e, cercando di divincolarmi tra gli spintoni, trovo riparo in un angolino dove respirare aria, decisa a rilanciarmi nell'ondata non appena i miei polmoni e la mia pelle saranno sazi di ossigeno. 

Continuo a guardarmi intorno incuriosita. È sera ma è caldo; mi sento come se fossi chiusa in un'enorme campana di vetro, in cui non penetra aria dall'esterno. Alzo gli occhi al cielo in cerca di una stella a farmi compagnia, e ne vedo tre. Penso che sia un buon segnale.
Sento la sabbia fresca sotto le piante dei piedi bollenti. Abbasso la testa e mi accorgo di essere scalza. Incredula mi guardo intorno. Dalla folla mi salta agli occhi una testa di capelli scuri. Vedo solo lui e il resto della massa diventa una distesa di teste tutte uguali. Potrei riconoscerlo tra milioni di corpi, il suo. È alto e slanciato. Ha un odore che scalda il mio olfatto e lascia un disegno immaginario di molecole rarefatte nell'aria, che non posso non seguire. Si muove in un modo che parla alla mia pelle e la risveglia di sensazioni inattese, fresche come pioggia d'estate e calde come raggi del sole in inverno. 

Lui si volta al mio implicito richiamo e mi guarda con i suoi occhi scuri. Ma lo sguardo non è quello di sempre. Profondo, ammaliante, scuro e sicuro, misterioso, compiacente e compiaciuto, complice. Il suo braccio non mi afferra per la vita e mi avvicina con decisione a sé. Le sue labbra non sono calde. I suoi denti non mi mordicchiano. Le sue dita non mi accarezzano come a suonare il mio corpo che è un pianoforte.

Mi volta le spalle e continua per la sua direzione, perdendosi nella folla e cancellando volutamente ogni traccia di sé. 

Non sento più il suo odore. Mi sento smarrita, ora. Ma non mi viene da chiedermi il perché. Non ne ho il tempo, ora, perché apro d'istinto gli occhi. 

Mi volto e lui dorme, ignaro, accanto a me. Era solo un sogno.


Toli-Toli

Dedicato a chi...


Si sveglia al mattino con un sorriso candido ed imperturbabile; a chi apre gli occhi e sta già in moto per una nuova giornata, vigile e scattante per non perdere neppure un attimo di vita.

A chi accoglie ogni risveglio con le braccia aperte, la curiosità di scoprire, la voglia di correre ed il desiderio di cantare.

A chi un nuovo giorno è diverso dal precedente, perché vede aspetti della realtà sempre nuovi e si predispone a cogliere con il giusto entusiasmo la bellezza e l'unicità di ogni petalo di mille fiori della stessa specie eppure vari.

A chi la creatività è talmente incontenibile che sprizza dalla testolina ed esplode anche nella indomabilità della soffice chioma.

A chi la sete di conoscere si manifesta nell'analisi delle componenti più piccole della realtà, perché ciascuna monade ha una vita a sé ed è un micro-cosmo nel grande ed unico cosmo di sintesi.

A chi così presto ha saputo riconoscere l'ironia e farla propria, utilizzandola con grande maestria per prendersi gioco di adulti che, arresi di fronte a tanta perspicacia, cadono completamente innamorati.

A chi guardando negli occhi con aria di furbizia mista ad innocenza, cerca tutto e subito, poiché il differimento delle esigenze e dei desideri non è assolutamente previsto nel dizionario del proprio modo di esistere.

A chi sa sciogliere le persone con una frase buffa; a chi spiega gli eventi secondo la logica del proprio esclusivo punto di vista; a chi usa un vocabolario personalizzato che gli altri devono imparare e condividere.

A chi strappa e getta via ogni pensiero dalla mente che incontra perché si espande in essa con travolgente tempestosità e ne occupa gli spazi ed i tempi con la proprietà colmativa ed adattiva di un fluido in un contenitore.

A chi stringe talmente forte con le braccia e con la tenerezza da accarezzare i sensi ed i sentimenti.

A chi è così grande nella sua minuscola indifesa piccolezza.


Dedicato a Giulia.


La luna e Layla

Layla aveva lo sguardo di chi la sa lunga. Due occhi neri profondi, dal taglio orientale, sottolineati da sopracciglia perfette che ne seguivano il contorno allungandosi verso le tempie; ciglia lunghissime che si aprivano come ventagli di Siviglia e sbattevano delicatamente con le palpebre in sinergia con ogni parola che proferiva, quasi a voler rimarcare il ritmo dei suoi discorsi. 
La pelle doppia e scura, liscia e profumata, era un involucro perfetto per contenere i segreti della sua anima; celava gelosa i tumulti che scorrevano nelle vene pulsanti delle più disparate emozioni. I capelli erano l'unico segnale evidente della sua vivace irrequietezza: cambiavano colore e taglio ogni volta che cambiava il vento. Ed ultimamente il ciuffo che ribelle le copriva l'occhio sinistro le conferiva un'aria di insicurezza che proprio non le si addiceva. Occhio sinistro come sinistri erano alcuni dei suoi pensieri. 

Li nascondeva bene riempiendo ogni attimo del tempo – dimensione a cui, peraltro, non dava alcun peso - tra lavoro ed attività di libero sfogo per l'immaginazione ed il romanticismo. Sì perchè in fondo, Layla, era un'inguaribile romantica. A volte viaggiava in una dimensione sconosciuta ai più, abitata da fatine e folletti, un mondo in cui il male, la controparte del bene, non esisteva ed ogni essere vivente era beato in un perenne stato di estasiante benessere. Era questo il mondo che Layla sognava. 
Nonostante ogni volta che cadeva fosse immediatamente pronta a rialzarsi, dentro di lei ciascuna caduta era un tatuaggio che improvvisamente compariva in un angolo remoto del corpo della sua mente. Nonostante apparisse agli altri come una persona dotata di incredibile forza interiore e pronta ad agguantare le armi di fronte a chi tentasse di cancellare il suo bel sorriso, ogni volta che un raggio di sole l'accarezzava aveva paura che potesse trasformarsi in una lingua di fuoco che avvolgendola l'avrebbe bruciata. I suoi incubi erano la riproduzione a valenza negativa dei suoi inafferrabili sogni ad occhi aperti. Erano le lingue di fuoco a farle sbarrare gli occhi nel buio pesto delle notti insonni; erano i tatuaggi del corpo della sua anima che dolendole la costringevano a perdere il sonno ed i sogni. 

Ma Layla era caparbia e testarda ed andava dritta per la sua strada, e non si fermava finchè non otteneva quello che si era messa in testa. Anche nelle relazioni sentimentali vigeva trionfante questo modo di essere. Conquistare per lei non era corteggiare, circuire, convincere; era far aprire la mente a verità così palesi ai suoi occhi e così inesistenti per chi era oggetto delle sue attenzioni, prima di incontrarla. Conquistare per lei equivaleva a disvelare immediatamente la sua bellezza disarmante, dandosi completamente e senza riserve noncurante dei tatuaggi, delle scottature e di tutto il resto. 
Perchè Layla era così, e nessun tatuaggio e nessuna bruciatura avrebbero potuto cambiare la ricchezza dello scrigno che apriva ogni volta che la sua testa partiva e i suoi pensieri erano monopolizzati ed il suo sangue fluiva impazzito come un fiume in tempesta, come per l'effetto della luna che attrae le immense acque del mare verso di sé. 
Lei era così e sarebbe stata così anche questa volta che una nuova luna aveva mescolato i suoi pensieri, annebbiato i vecchi brutti ricordi, attratto ogni goccia d'acqua del suo corpo verso di sé.  


Calore d'infanzia

Ricordo sensazioni olfattive di fumo di stufa miste all’acquolina di bambina stimolata dal profumo di cene caserecce. 
Ricordo la casetta di mia nonna. Un piccolo nido familiare capace di mescolare entusiasmi incontenibili di bambini ubriachi negli echi di risate domestiche. 

Quella casetta nascondeva in ogni suo angolo, sotto i letti, nei cassetti della biancheria, nelle dispense, sotto il tavolo, innumerevoli storie di tradizioni popolari, che all’occorrenza venivano rievocate e raccontate a noi bambini nelle serene riunioni di famiglia. 

È nitida nella mia mente l’immagine della nonna che con convinzione e decisione prendeva la scopa dal ripostiglio per accomodarla davanti alla porta ogni notte di Natale, prima di spegnere le luci ed invitare tutti ad andare a letto. 
«Durante la notte di Natale, si muovono nel buio strane creature, figlie delle tenebre che escono allo scoperto solo in certi giorni dell’anno. Sono creature femminili, eteree, dagli occhi infossati e dai capelli spettinati; indossano abiti vecchi e stracci e si muovono in assoluto silenzio, senza poggiare i piedi per terra. Vagano per le strade, passando di casa in casa; entrano dalla porta e furtive si infilano nelle camere da letto dormienti, in cerca di anime da rubare. Ma queste stesse creature sono estremamente curiose e possono perdere tanto tempo ad analizzare i dettagli delle cose in cui si imbattono. Perciò noi dobbiamo poggiare la scopa davanti alla porta. Le creature delle tenebre si mettono a contare le setole una ad una; ma contando contando, perdono il filo ed ogni volta devono ricominciare da capo. Così il tempo scorre, senza che loro se ne accorgano, ed arriva l’alba. Il sole che sorge le porta via con sé nella luce di un nuovo giorno».







Punti di vista



«Davvero credi che sia tu ad essere sbagliata?». Annette rimase un minuto in silenzio; roteava lo sguardo nel vuoto allo stesso modo in cui roteava il contenuto della tazza in cerca di una risposta. Anzi, ce l’aveva la risposta, ma sperava che dalla sua bocca sarebbe uscita una verità comoda piuttosto che la verità di cui era convinta.

«Vedi, George, è che io sono abituata a mettermi in discussione, sempre. Tu la chiami insicurezza; per me è solo mettersi costantemente in gioco; non riesco ad essere immune al punto di vista altrui, ho bisogno di considerarlo per avere una comprensione più reale delle cose».
Intanto tamburellava con le dita sul tavolo e agitava smaniosamente, con un ritmo forsennato e sistematico, la gamba destra.
«Ancora una volta, ci stiamo riferendo allo stesso concetto dandogli un nome diverso. Quello che tu chiami essere aperta a considerare il punto di vista degli altri, per me è volere a tutti i costi ricevere la loro approvazione – aggiunse George -. Ma vedi, Annette, dovresti imparare a non far oscillare i tuoi umori in base ai comportamenti degli altri».

«Il punto è che io ho scoperto cosa rende gli esseri umani inquieti» - «Sentiamo un po’, sono curioso» irruppe George strofinandosi la mascella. «È la mancanza di progetti- continuò Annette - che rende l’uomo inquieto. Che ti fa vivere in attesa di qualcosa che tarda ad arrivare, a dispetto di tre quarti di pianeta che si ostinano a dirti “arriverà”. Che ti fa frullare ogni secondo nella testa il pensiero di un cambiamento radicale, ma non ti fa muovere di un passo, né avanti, né indietro. Poi ti guardi intorno e vedi che tutti gli altri trascorrono le loro giornate in funzione di qualcosa ed hanno un piano: la realizzazione personale, il lavoro, l’appagamento sentimentale, i figli. E non sto parlando esclusivamente di progetti a lungo termine. Anche chi professa di vivere alla giornata, ha un progetto per quella giornata. Oziare, vedere il tramonto, vivere alla giornata, anche quelli sono progetti. E quando non ce l’hai tutto questo?». 
«Si chiama depressione, Annette mia».


Annette si alzò pensierosa dalla sedia del caffè, guardando George con rigidità ma con un senso di liberazione impresso sul viso. Aveva scoperto un’altra grande verità.

Occhi di gatta


Mi guardi con gli occhi penetranti, ti adagi paziente accanto a me in attesa di sentire il calore di una carezza, l’attenzione di un’occhiata fugace, la tenerezza di una parola, la protezione di un gesto rivolto a te.

Resti ore immobile a fissarmi, attraversi con lo sguardo il mio muro di silenzi, adattando quel corpo agile e snello a qualsiasi spazio in grado di sostenere la tua eloquente eleganza.


Vorrei saper leggere al di là delle parole che non sai pronunciare, per chiederti quello che io non riesco a cogliere e che tu non osi domandarmi. Invece resta il mistero delle fusa vibranti che mi penetrano dentro attraverso la pelle, e sono sufficienti ad alimentare un legame che non necessita di ulteriori comunicazioni.

Parla un'automobilina...




Parla un’automobilina…

https://www.facebook.com/Incantesimi


Ho due occhi che mi fanno vedere il mondo anche quando sono spenti, ma con la notte brillano ed illuminano la strada che percorro. Le mie ruote mi fanno scorrazzare di qua e di là con la massima agilità. Mi sposto facilmente senza avere paura delle distanze, perché posso tornare indietro quando voglio e quasi mai mi sento stanca. Anzi, adoro viaggiare ed osservare i paesaggi che cambiano colori, odori e forme man mano che corro. Posso camminare per il puro gusto di vagare oppure avere una meta prefissata, che immagino di calpestare con sempre maggiore nitidezza man mano che diventa più vicina.
I miei finestrini aperti fanno passare il vento che mi accarezza la tappezzeria ed invade i miei tessuti con quel sapore di libertà di cui vado alla ricerca ogni volta che mi metto in moto.

Ma la cosa che adoro di più è essere guidata. Quando un uomo si siede dentro di me, sui miei sedili, provo un senso di completezza estremo. È lui che stabilisce dove andiamo, che afferra il mio volante con decisione e mi provoca i brividi per il contatto con le sue mani; è lui che ingrana le marce e con maestria procede al gioco dei pedali. Riesco persino a percepire il suo stato d’animo da come affonda l’acceleratore, dal modo in cui afferra il cambio e sterza, da come sollecita o solletica il mio motore.

A volte per lunghi periodi sono costretta a fare sempre gli stessi tragitti, che gli umani chiamano “quotidianità”, ma spesso recupero durante gli “imprevisti” oppure in quei periodi chiamati “vacanze” in cui si spostano con me ma sono particolarmente pigri e rilassati. Quando splende il sole può succedere che mi lascino riposare e che vadano a spasso usando le loro ruote, che hanno una forma ed un funzionamento diversi dalle mie. Io non sono solo un mezzo di locomozione per loro: riesco anche a ripararli dalle intemperie ed a fargliele osservare pur sentendosi protetti. Quando cade l’acqua dal cielo, mentre io mi godo la sua freschezza, loro possono impiegare l’intero viaggio a guardare il modo in cui le gocce attraversano i miei vetri e scompaiono scivolando sulla carrozzeria. Insomma, per gli umani io sono anche un po’ un posto dove vivere. Dentro di me fanno tranquillamente ciò che fanno nelle loro capanne. C’è chi mangia, chi canta a squarciagola, chi parla al telefono, chi si dipinge le labbra, chi guarda la propria immagine riflessa in uno dei miei preziosi specchietti, chi mette dentro di me tutto ciò che potrebbe essere utile, chi dorme…

L’esperienza più faticosa che ho avuto è stata anche la più bella. Un umano che non aveva mai girato la mia chiave per mettermi in moto, si è seduto rigido al posto di guida e, tutto carico di adrenalina, ha provato a giocare con pedali, volante, cambio e specchietti. Il risultato è stato che ho dovuto sopportare ore e ore di accensione e spegnimento, perché non riusciva a coordinare i piedi e mi lasciava morire, e quando riusciva a farmi partire mi faceva singhiozzare, mi scorticava il cambio per sostituire le marce, mi frenava e mi accelerava in modo completamente squilibrato e mi faceva cantare la stessa nota per molto tempo perché mi guidava sempre con le prime due marce. Ho stretto i denti ed ho cercato di rimanere vigile, finché un giorno l’umano ha imparato ad usarmi nel modo corretto. Che soddisfazione quando questo è accaduto! Ho condiviso con lui un grande passo verso la sua libertà e la sua autonomia.


È un connubio perfetto quello automobile-uomo.




‘Perché essere felice quando puoi essere normale?’ di Jeanette Winterson




È pura curiosità quella destata dal titolo insolito, il quale sembra rispecchiare un malessere diffuso nel genere umano. La normalità dettata dai canoni del quieto vivere, dagli stereotipi della vita regolare, dai dettami di norme implicite e condivise. E la felicità che, si pensa, potrebbe derivare dall’inusuale, dall’insolito, dal non convenzionale. Insomma, dai vissuti forti che generano emozioni, e che ci fanno sentire vivi, che producono flessioni di quella linea dritta che spesso rappresenta le nostre vite, intrise di una quotidianità piatta.

Piattezza. E’ questo forse l’aggettivo che meglio caratterizza il romanzo, un romanzo che in realtà è una storia di vita. La piattezza dello stile. Frasi brevi, spezzettate, enunciati che portano da uno stato all’altro, da un luogo all’altro, da un tempo ad un altro, dove il re indiscusso della variegata punteggiatura disponibile per la lingua scritta è proprio il punto. La piattezza dei vissuti espressi. Un costante senso di vuoto - un punto - la perduta perdita, che genera semirette. Genera semirette: da un punto definito - o forse indefinito, e perciò stesso generatore di inquietudine - identificabile con un generico abbandono - generico perché si ripresenta ciclicamente, uguale a se stesso ma sotto diverse sembianze - parte un insieme di punti che va verso l’infinito. Un insieme di punti: un senso di abbandono che si autogenera e si autoriproduce, in attesa che subentri un punto che metta il punto e lasci che l’infinito resti un’entità irraggiungibile per definizione. Semirette, al plurale: le possibilità in cui ciascuno di noi potrebbe imbattersi, a partire da un punto, ma che si escludono vicendevolmente. Semirette che si identificano anche con le scissioni di quest’animo sofferente, che fanno in modo che rasenti la psicosi nel tentativo di contenere un’infinità di puntini troppo sparsi, troppo infinitesimali, troppo distanti l’uno dall’altro, troppo “infiniti”.
La piattezza, l’alienazione, il grigiore pallido vengono ben rappresentati anche dai rimandi alle origini identificabili in una classe operaia inglese costituita da facce inespressive, espressioni meccaniche, una massa di corpi che produce forza-lavoro. Parallelamente, un corpo di massa si muove secondo le regole della Bibbia, legge la realtà associando passi della Bibbia agli eventi e compie azioni quotidiane citando e cantando frasi della Bibbia. È l’Apocalisse che domina i pensieri ed i rimandi. Un’Apocalisse descritta come un uragano e sentita, ancora una volta, come un silente occhio del ciclone.
Anche la Bibbia, però, è un libro, con le sue pagine, le sue parole, la sua lettura della realtà. Ed è proprio l’amore per i libri, quelli della letteratura inglese dalla A alla Z, l’unico distacco dalla piattezza e dal pallore; la presenza della letteratura, dei libri, della biblioteca si propongono come ancore di salvezza che trasportano su colline sognanti segnate dal vento e dall’ebbrezza della vita, in contrasto con distese di asfalto freddo e con file di case altrettanto fredde, che sembrano prodotte su catene di montaggio.
In definitiva, gli amori impossibili, quelli che fortificano, quelli per cui si lotta, quelli che forse amplificano l’abbandono sono il centro del romanzo autobiografico. L’amore in tutte le sue forme: l’amore palese, l’amore nascosto, l’amore filiale, l’amore passionale, l’amore per la natura e per l’arte di scrivere, l’amore mascherato, l’amore per il sapere e la conoscenza.

Perché essere felice quando puoi essere normale? Perché la normalità è un concetto che non ci appartiene. Perché la normalità è qualcosa che ci appiattisce. Perché essere normali non necessariamente implica essere felici, così come è vero il contrario. Perché rincorrere la felicità, sbalzando fuori dalla normalità, è una prerogativa dell’essere umano. E la costante ridefinizione di questo obiettivo, che cambia di volta in volta a seconda delle stagioni della vita, degli umori, dei momenti e delle relazioni, ci consente di attraversare paesaggi variegati che stupiscono i nostri occhi e li fanno brillare, come quando viaggiamo su un treno verso una meta che abbiamo scelto ma che non conosciamo.

Il segno che mi hai lasciato...

«Mi ci è voluto molto tempo per capire che esistono due tipi di scrittura: una la scrivi tu, l’altra scrive te. Quella che scrive te è pericolosa. Ti porta dove non devi andare. Ti fa vedere quel che non vuoi vedere.»

In una parola: Piattezza


Acquistalo!
Libro vuol dire Libero

'La figlia della fortuna' di Isabel Allende




L’atmosfera magica di un Sud America ottocentesco avvolge il lettore in dolci note fruttate. Preservando le dovute differenze, per le atmosfere, la ricchezza di personaggi ed alcune ambientazioni sembra di rivivere certe pagine di Cent’anni di solitudine.
Tuttavia, è evidente il tocco di penna femminile nell’evocazione di sopraffini sensazioni, nella delicatezza dei punti di vista e nella descrizione anche delle scene più cruente. Così femminile è anche l’accurata descrizione di vicende e sentimenti intrisi di una passionalità tutta rosa, fatta anche di tratti onirici seppur nella carnalità di un istante, di idealizzazione esponenziale dell’oggetto della passione, di sensualità dolce.

Personaggi fuggiaschi, ognuno in cerca di qualcosa, si intrecciano lungo cammini interiori e percorsi reali, tracciando rotte inesplorate che si estendono a tutto tondo, in lungo e in largo, su un globo che ha tutto il sapore dell’attualissimo qui ed ora. Il giro intorno al mondo è dinamico nel tempo e nello spazio, e viene percepito con lo sguardo di occhi di volta in volta diversi, filtrato attraverso menti che colgono ciascuna alcuni aspetti ed intingono il racconto di sfumature culturalmente divergenti ma potenzialmente affini.

In sequenza, il racconto parte dal Cile, paese di natii non più padroni delle loro terre e di arroganti Europei che pretendono di adattare l’intero mondo al loro piccolo mondo. Ma al Sud America si giunge dal lontano Regno Unito, da una Londra che viene sentita stretta, solcando le acque di un immenso oceano che divide il vecchio dal nuovo, il conosciuto dall’ignoto, attraverso viaggi della speranza che nella stiva ammucchiano auspici di inizi di una nuova vita.
Una corposa parentesi orientale prende vita ad un tratto nel romanzo, approdando in una Cina leggendaria, celestiale eppur crudele. È dapprima la Cina di chi la Cina l’ha vissuta; ma in seguito diventa la Cina di chi se la porta dentro nel dondolio delle onde, docili o tempestose, in un luogo sospeso in mezzo all’oceano; e se la porta dentro ricostruendola su ogni terraferma che tocca, una Cina sempre nuova e sempre antica nel tramandarsi di cultura e tradizioni. La saggezza ed i principi orientali la fanno da padrone, ma si incontrano e si scontrano, ancora una volta, con culture e con uomini diversi.
Un salto ancora ad Ovest, ed imperversa la febbre dell’oro. In una California dorata e selvaggia, sorge egemone una San Francisco che non solo è agli albori della civiltà, ma di civile ha ancora ben poco; è un crocevia di persone, culture, nazioni, imbarcazioni che si affaccendano numerose, impazienti di espellere il proprio carico di viaggiatori, merci, sogni, aspettative, opportunità.

C’è chi del mare, degli oceani, dello sciabordio delle onde, della brezza marina, del timone, del gusto di scoprire sempre nuove terre e di scorgere entrare e uscire dal proprio raggio di veduta e dalla propria vita persone, e persone e ancora persone, ha fatto la propria esistenza. C’è chi, dopo una breve parentesi di vita stabile, ha realizzato di non aver nulla da perdere ed è partito in balia delle onde per approdare, adagiandosi, ovunque.
Ogni personaggio si svela solo parzialmente al mondo, poiché in realtà porta dentro di sé mille segreti, mille vissuti che non osa proferire, mille storie taciute. Eliza, il mistero fatto persona: dalla sua nascita alla passione adolescenziale, alla capacità di rendersi invisibile, durante la permanenza nella casa familiare così come durante il suo temerario viaggio intrapreso per rincorrere un fantasma. Miss Rose, corazza razionale che imprigiona moti passionali difficili da domare. Il capitano John Sommers, antipodo dell’austerità e vagabondo marino. Tao Chi’en, occhi a mandorla assetato di sapere, che cura anime e corpi in un abbraccio estatico, esalando vapori di brezza marina. E ancora tante figure, a volte così bizzarre nella loro semplicità (Mama Fresia, Jacob Todd, Paulina, Babalù il cattivo, Joe Spaccaossa, le sing song girls) che nel passaggio all’interno delle trecento pagine lasciano scie di propri aspetti palesi e solchi di parti occultate. È per questo che non mancano i colpi di scena, legati a qualcosa che improvvisamente emerge a galla, spinto dalla necessità di respirare a pieni polmoni, o a qualcosa che si impone inevitabile nel naturale susseguirsi della storia.

Tre aspetti conclusivi. Uno: la ricchezza olfattiva di profumi e odori legati a cose, scene e soprattutto a persone (sembra quasi un’ode continua e tra le righe alla memoria, che pure introduce il romanzo). Due: il mare e l’oceano che intervallano l’attracco alla terra ferma, forieri di cambiamento, simboli di evoluzione, evocatori di nostalgia e ricordi. Tre: uno stile linguistico solo parzialmente commentabile, a causa della redazione in lingua originale spagnola, ma meritevole di una nota sui numerosi termini riportati in lingua originale (non solo spagnola, ma anche cinese e dello slang americano), che rispecchiano in maniera coerente ed efficace questa straordinaria cross-culturalità romanziera.

Il segno che mi hai lasciato...

"Quel che si dimentica è come se non fosse mai successo, e i suoi ricordi reali o illusori erano talmente tanti che per lei fu come vivere due volte. Diceva sempre al suo fedele amico, il saggio Tao Chi’en, che la sua memoria era come il ventre della nave su cui si erano conosciuti, buia e spaziosa, zeppa di casse, barili e sacchi in cui si erano accumulati gli episodi di tutta la sua esistenza. Quando era sveglia faticava a trovare qualcosa in quel sommo disordine, ma poteva sempre farlo durante il sonno, proprio come le aveva insegnato Mama Fresia nelle dolci notti d’infanzia, quando i contorni della realtà non erano che un tratto sottile di inchiostro pallido. Entrava allora nel luogo dei sogni per un sentiero più volte battuto e da lì faceva ritorno con tutta la cautela necessaria per non straziare le tenui visioni alla luce aspra della coscienza."

 

In una parola:

Cross-culturale

Per saperne di più...