La lingua italiana: questa grande sconosciuta?




Lo ammetto: sono molto, troppo pignola.

Ne prendo atto quando alcuni colleghi mi punzecchiano, enfatizzando la portata dei miei commenti di fronte ad uno spazio dopo un apostrofo o prima di una virgola, ad un "qual è" apostrofato, e persino all'accento sbagliato su "affinché" (cavolo, lo segnala anche il correttore automatico quando non è stata digitata la "e" accentata corretta!).
Mi canzonano affermando che mai e poi mai vorrebbero trovarsi nei panni di un eventuale mio figlio, in età scolare, al momento di scrivere una letterina a Babbo Natale. Mi prospettano un bambino che piagnucola, terrorizzato dalle virgole, dagli spazi e dall'ortografia, preferendo di gran lunga non ricevere regali piuttosto che dover essere continuamente corretto, anche per errori banali.

Lo ammetto: sono molto, a volte troppo intrasigente. 
Ma non sono intransigente su qualsiasi cosa. Lo sono solo su certe tematiche.
Per esempio, sul consapevole e corretto utilizzo della grammatica italiana, soprattutto nella lingua scritta.
Non dico che tutti devono necessariamente saper scrivere alla perfezione. 
Capisco che l'italiano sia una lingua estremamente complicata, piena di regole e di eccezioni alle regole (aspetto, quest'ultimo, che rispecchia benissimo la mentalità dell'italiano, direi). 

Però, almeno le basi, quelle che normalmente vengono insegnate nelle classi delle scuole primarie, dovrebbero conoscerle (e applicarle) tutti gli italiani. E invece, se mi guardo intorno, un pensiero mi accoltella: la lingua italiana, questa grande sconosciuta.
Frasi abbreviate (mi domando, nell'era della messaggistica gratuita, quanto possa costare digitare "ch" piuttosto che "k"), errori di ortografia ed i famosi spazi messi completamente a caso (presenti dove non vanno ed assenti dove, al contrario, andrebbero).
E questo non lo vedo solo nei messaggini e nelle chat; lo vedo sui volantini, sui manifesti pubblicitari, nei documenti ufficiali, persino in libri editi, nei quotidiani locali e nelle scritte in sovraimpressione all'interno dei tg nazionali; quale scandalo potrebbero suscitare, quindi, le semplici scritte sui muri o i post su facebook (il quale, peraltro, ha pensato bene di aumentare la dimensione del testo... in modo che i miei occhi possano desiderare di essere momentaneamente offuscati ogni volta che visiono la home)? 
Continuo a vederlo, ahimé, nelle scritte di chi si professa scrittore, docente, filosofo, politico, studente, pensatore, e chi più ne ha più ne metta. 

Ora, ripeto, nella massima convinzione: non tutti possiamo essere Luigi Pirandello. 

Tuttavia, per amore dell'Italia e della lingua italiana, e soprattutto se si ricopre un ruolo che implica ampia visibilità, o si aspira a farlo, non ci si dovrebbe ergere impettiti sui piedistalli dell'arroganza e della pienezza di sé, evitando completamente di farsi un esame di coscienza rispetto alla propria capacità di scrivere
Se proprio avete bisogno di comunicare mediante la lingua scritta, fatelo con criterio, qualsiasi cosa abbiate da dire. Lasciate che i correttori di bozze vengano in vostro soccorso. Consultate un dizionario. Aprite i libri di grammatica. Chiedete al vostro dirimpettaio, al vicino di seggiolino del treno, alla signora che incontrate al supermercato o al nonnino che aiutate ad attraversare la strada: può darsi che sappiano (e, soprattutto, sappiano applicare) le regole di base della lingua scritta italiana, più di quanto voi sappiate farlo.
Perchè, altrimenti, con quelli che realmente conoscono l'italiano, farete una figuraccia, perdendo di credibilità. Tra quelli, invece, che non sanno di non sapere l'italiano, aumenterete l'epidemia di diffusione della non cultura, già abbastanza dilagante. E, circa quest'ultimo caso, rispondete in tutta sincerità alla seguente domanda: non vi sentite neppure un pochino in colpa, di essere veicolo di qualcosa che di fatto è completamente sbagliato, di qualcosa che non rispetta le regole
Vostro figlio potrebbe non saper distinguere la congiunzione "e" dal verbo "è"; potrebbe confondere la preposizione "a" con il verbo "ha"; potrebbe chiedere "qual'è" quello giusto, rammaricandosi "pultroppo" di non sapere ciò che "fà" e ciò che non "sà", cosa che proprio non "và". (Dopo quest'ultima proposizione, prometto di disinfettare la tastiera con candeggina).

Discorso ancora più grave, a mio avviso, è per chi si professa "scrittore". 
Ai tempi dell'università, quando, durante il Dottorato di ricerca, ero immersa nella corsa a produrre pubblicazioni, la prima presa di coscienza con la quale ho dovuto fare i conti è che pubblicare sul Corriere dei piccoli non equivale a pubblicare sul Journal of Language and Social Psychology (rivista scientifica di psicologia).  
In altre parole: usare il pc non ci rende degli esperti informatici; ascoltare le confidenze di un amico non ci rende psicologi; accendere la luce non ci rende elettricisti e prenderci cura del gatto non ci rende veterinari!
 
Lo so che al mondo esistono problemi ben più gravi, ma oggi non riesco a tacere.

Il messaggio di questo noioso post, in buona sostanza, è: cerchiamo di diffondere cultura, non di diffondere ignoranza, poiché i secoli d'oro del nostro passato ed i nostri avi che hanno sgobbato sui libri lo meritano pienamente.
Impariamo l'italiano, perché è questo il metodo migliore per comunicare in maniera efficace con gli altri... italiani, naturalmente!

Chiedo scusa preventivamente per eventuali errori grammaticali che avete trovato nel testo.
Sarei felice se qualcuno me li facesse notare: non si finisce mai di conoscere l'italiano!

La lingua italiana prima di tutto.


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