'Nel giardino dell'orco' di L. Slimani



Ho visto la copertina e mi è sembrato un romanzo erotico. 
Ho letto la trama e mi è sembrato un romanzo erotico.
Mi sono immersa nelle prime pagine e mi è sembrato un romanzo erotico. Un incipit diretto, crudo, che non lascia spazio all'immaginazione.

Tuttavia, lo stile narrativo è da subito apparso agli antipodi di tale genere letterario: frasi brevissime, spezzettate, spesso senza verbo. Troppo aride per un erotico. Un abuso della parola "sesso" per riferirsi ai genitali. Tempo verbale al presente, come qualcosa che si ripropone, si ripete, rivive, allo stesso modo in cui si ripresenta il comportamento compulsivo della protagonista.

Alcuni aspetti della storia mi hanno davvero irritato: il modo in cui Adèle si rapporta al marito, come se non esistesse; il modo in cui il marito sembra completamente cieco alla realtà parallela che non vuole vedere; il modo in cui Adèle tratta il suo corpo, portandolo all'estremo, provandolo, torturandolo, annientando qualsiasi grido fisiologico al di fuori dell'impulso sessuale. 
Non esistono mezze misure nel romanzo: i comportamenti esagerati di Adèle, il rapporto con il figlio piccolo - purtroppo tristemente realistico; il passaggio dalla cecità di Richard alla brutalità; la trasformazione di ogni essere di genere maschile in una possibile preda; la completa assenza di sensi di colpa, di tentativi di difendersi o ammorbidire la realtà dei fatti.

Probabilmente è proprio l'estremismo delle situazioni e dei vissuti che mantiene molto alta l'attenzione.
Fa da sfondo una Parigi voluttuosa. Ma questa voluttà, ci si rende presto conto, non è reale. Adèle non prova piacere nei suoi incontri fugaci: osserva i soffitti delle case, delle stanze anguste, degli hotel, dei portoni in cui si rifugia con gli amanti. 
Il romanzo non vuole affatto essere erotico. C'è un solo sfondo che riesco a carpire: la disperazione.
La campagna costituirà il punto di svolta?

Bella scoperta, questa scrittrice marocchina.
A proposito di dipendenze, in maniera spero non troppo inopportuna nell'economia di questo commento al libro, sento di dover pubblicamente ringraziare il fornitore della mia dipendenza, che asseconda il mio comportamento compulsivo senza creare alle mie tasche danni economici irreparabili: parlo del venditore di libri alle bancarelle, che attraverso la maestria con la quale dispone i tesori sul banchetto, cattura la mia attenzione direzionandola su scrigni di immaginazione in cui adoro perdermi.



Il segno che mi hai lasciato...
Ogni stagione, ogni compleanno, ogni avvenimento della sua vita corrisponde a un amante dal volto sfocato. In quell'amnesia generale fluttua la rassicurante sensazione di aver vissuto mille vite attraverso il desiderio degli altri. E quando, a distanza di anni, le capita di incontrare un uomo commosso che le confessa con voce seria: <<Ce ne ho messo di tempo per dimenticarti>>, prova una soddisfazione immensa.

In una parola: disperato.



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