‘Io sono di legno’ di G. Carcasi





Ho scelto questo libro perché l'autrice ha un nome quasi identico a quello di mia nipote. 
Alle prime pagine, ho pensato che fosse stato un errore, che non avrei dovuto lasciarmi ingannare da questi stupidi segnali ai quali do sistematicamente retta. Uno stile linguistico che non mi andava affatto a genio: frasi brevissime, essenziali; legami logici pressoché inesistenti; sovente, un capoverso per ogni frase; voce narrante alla prima persona singolare (dettaglio previsto, questo, essendo il romanzo in forma di diario). Il tutto viene raccontato utilizzando esclusivamente il tempo verbale del presente, sia per vicende e pensieri di oggi che di ieri, di modo che, a chi legge, quest'ultima distinzione non risulti tutte le volte così immediata. Ancora, discorso diretto non sempre segnalato: dialoghi senza virgolette, separati soltanto mediante una virgola da un pensiero o dal racconto degli eventi. 
Mi sembrava di leggere monologhi psicotici. Sono avvezza a stili linguistici più puliti, ordinati, regolari.

Andando avanti nelle pagine, sebbene fossi scettica, notavo, mio malgrado, che il libro teneva alta la mia attenzione. Non leggevo annoiata, né ho fatto il minimo sforzo a proseguire. Vicende intergenerazionali, relegate nel buio della memoria, salivano pian piano a galla. Il legame tra donne consanguinee irrompeva, ineluttabile, tra le righe. È un tramandare silente di segreti, di vissuti, di faccende femminili. E questa trasmissione intergenerazionale non può essere rappresentato da un linguaggio narrativo standard: non avrebbe sufficiente giustizia.

Quello impresso sulle pagine, mi sento di concludere, è il linguaggio del desiderio; è il linguaggio dell'inconscio, di ciò che non ha una forma definita e facilmente riconoscibile, che apparentemente non ha nessi logici ed è difficilmente rappresentabile, se non sotto mentite spoglie. 

Eppure è lì, pronto a condizionare intere vite. 


Il segno che mi hai lasciato...
I nostri corpi sono album di famiglia. 
Abbiamo il naso di un parente, le gambe di un altro, siamo la collezione di chi c'è stato prima di noi.

In una parola: Inconscio



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